Australian Open. Nadal e Djokovic approdano in finale
La specialità del doppio tennistico trasforma uno sport abitualmente destinato ai singoli in qualcosa di completamente diverso, uno strano ibrido che non è del tutto uno sport di squadra, ma neanche ha più le caratteristiche originarie. Abitualmente, appunto. Negli ultimi anni il doppio si è mutato in una sorta di singolare a quattro, o di doppio singolare, che dir si voglia. Tanti, troppi tennisti, educati a non abbandonare mai, neanche dietro tortura, la linea di fondo nelle loro partite di singolare, trasferiscono quest’insano vezzo all’altra specialità, quella in cui unica prassi concessa dovrebbe essere la frequentazione della rete. Tutto ciò, unitamente al fatto che i cosiddetti top players, in particolar modo i maschietti, hanno abbandonato la disciplina, ha reso i doppi meno divertenti che non in passato. E ha reso avverabile che alcuni specialisti, quali ad esempio i gemelli americani Bryan, profittassero dell’assenza dei migliori per far incetta di tornei del Grande Slam.
La finale di doppio femminile degli Australian Open non è stata noiosa, né è stata snobbata, ma, purtroppo, non si è conclusa come gli aficionados italiani speravano. Alla coppia Errani/Vinci era opposta la squadra russa Kuznetsova/Zvonareva. Le due russe sono ottime singolariste: la prima, Svetlana, ha vinto due titoli slam, la seconda, Vera, ha raggiunto due finali, di cui una sull’erba londinese; entrambe, come non bastasse, hanno toccato la seconda posizione del ranking. Un simile palmares non poteva che spaventare tutte le avversarie, sorelle Williams a parte. Eppure le vere doppiste in campo non erano le russe. Sara e Roberta si muovevano con una grazia notevole, eseguendo tutti gli spostamenti corretti, cercando sempre la rete e coprendola adeguatamente, vincendo tutte le sfide di puro tocco con le potenti ma più grezze avversarie. La Vinci sopra tutte ha dimostrato cosa volesse dire giocare di volo, sia di diritto che di rovescio, lei che è solita correre in avanti anche quando è sola in campo e di fronte ha una sola avversaria, benedetta attitudine che non le ha impedito di vincere diversi titoli Wta e di raggiungere, pochi mesi or sono, la diciottesima posizione della classifica singolare. La partita però, con il passare dei minuti, finiva sotto il controllo delle due singolariste prestate al doppio. Dopo un primo set conquistato per sette giochi a cinque e un secondo in cui per tre giochi consecutivi si era trovata 40-15 sul servizio avversario senza sfruttare alcuna delle palle break concesse, la coppia italica si smarriva nel labirinto dei colpi della Kuznetsova, abile, da campionessa qual è, a piazzare un numero sempre maggiore di vincenti dal fondo del campo e a compensare lo smarrimento totale di Vera Zvonareva, pesce fuor d’acqua e incapace sia di approcciare la rete con i tempi giusti che di tenere a distanza le ottime Sara e Roberta. La disabitudine a un certo tipo di partite non avrà reso più dolce la sconfitta alle Nostre interpreti. Valga, a loro imperitura memoria, un primato di tutto rispetto: sono la prima coppia femminile tutta italiana a raggiungere la finale di un major.
Finale che è sfuggita, dopo due autentiche battaglie, seppur molto diverse, a Roger Federer e Andy Murray. La prima semifinale opponeva lo svizzero al rivale Nadal. La vicenda da raccontare, stavolta, ha poco di psicologico, e molto di tennistico. Il maiorchino è l’unico al mondo, a determinate condizioni di gioco, capace di far giocare male Federer, di frustrarlo, di costringerlo nell’angolino sinistro del campo con quel suo drittone arrotato, è l’unico in grado di rendere abbattuto il campionissimo e di smorzare ogni sua velleità, o finanche speranza, di vittoria. Il manto australiano è tutt’altra cosa rispetto alla superficie indoor dell’O2 Arena dove Federer recentemente strapazzò il rivale. Su questo tipo di cemento molto lento la palla di Nadal è esasperata dall’enorme numero di rotazioni, quasi come sulla terra battuta, e dunque anche qui a Melbourne si è ripetuta la consueta via crucis di Roger, incapace di reggere sulla lunga distanza uno scambio nella diagonale di sinistra. Federer ha vinto il primo set perché, per ammissione dello stesso Rafa, ha sfoderato ritmi impressionanti, improponibili anche per l’iberico. E improponibili anche per se stesso. Vincere una partita tre set su cinque, con un “mostro” fisico come Nadal, richiede una tenuta e un rendimento che il trentenne Federer probabilmente non esprimerà mai più e che forse ha espresso poche volte in carriera, come ad esempio nella finale del 2006 a Roma, agevolato anche dal fatto che nell’intero arco della carriera raramente i suoi avversari lo hanno costretto al quinto parziale. Il secondo set, tra smarrimenti svizzeri e interruzioni per i fuochi d’artificio dell’Australia Day, è andato dunque a Nadal. Il terzo e il quarto sono stati simili sia nello svolgimento che nell’esito: entrambi i giocatori hanno diverse palle break e riescono a sfruttarne solo alcune. Roger manca l’appuntamento con quella decisiva nel quarto, ed è Rafael a conquistare il servizio successivo e a servire per conquistare la finale. Il destino, sottoforma di un assurdo lob inventato da Nadal, giocato dalle tribune per ovviare a un diritto vincente di Federer e finito esattamente sulla riga di fondo, preclude all’elvetico una possibilità di continuare l’incontro, alfine vinto dal raggiante rivale.
Nell’altra semifinale a vincere è stato Djokovic, dopo quasi cinque ore di lotta serrata con Murray. Data la presenza in campo dei due tennisti con la migliore risposta al servizio e con la migliore difesa al mondo, non stupisce affatto un’affermazione di Nole posteriore alla partita: era più facile strappare la battuta che tenerla. Niente di più vero: scambi sovente andati oltre i venti, se non i trenta, e addirittura i quaranta!, colpi, frustrate di rovescio da una parte e dall’altra, capacità atletiche e di corsa impareggiabili, cui può accostarsi il solo Nadal, e una resistenza alla fatica fuori dal comune hanno reso del tutto superflui i turni di servizio. A prevalere è stato Novak, dopo aver rischiato di mandare il britannico a servire per chiudere la partita, ma il gioco mostrato da entrambi esigerebbe un doppio vincitore, e una finale a tre con lo spagnolo per verificare chi riesce a correre e sudare più a lungo. Al coach-spettatore Ivan Lendl resta qualche buon punto di partenza per scardinare i limiti mentali di Andy, a Djokovic resta un po’ di stanchezza, ma il tennista serbo conosce la ricetta per vincere la finale di domenica.
Le due semifinali femminili nel torneo di singolare si sono concluse in maniera parzialmente inaspettata. Nella rivincita della finale di Wimbledon si è imposta Maria Sharapova, a scapito di Petra Kvitova. L’altra finalista è Victoria Azarenka, che ha sconfitto in tre set Kim Clijsters. Supermamma Kim, una delle poche tenniste in circolazione ad avere ancora un certo talento, e a non essere stata prodotta in serie come la maggior parte di queste avversarie slave, lascia l’Australia, e per sempre. Il 2012 è il suo ultimo anno da professionista.
Risultati Donne Doppio: Kuznetsova-Zvonareva b. Errani-Vinci 5-7 6-4 6-3
Risultati Donne Singolare: Azarenka – Clijsters 6-4 1-6 6-3 / Sharapova – Kvitova 6-2 3-6 6-4
Risultati Uomini Singolare: Nadal – Federer 6-7 6-2 7-6 6-4 / Djokovic – Murray 6-3 3-6 6-7 6-1 7-5
