ROMA, VASO PRECIPITA DAL SESTO PIANO. MORTO UN TREDICENNE

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E’ bastato uno schizzo di tempo, e lo scempio non ha prodotto alcun rumore. Il vaso di coccio di una pianta grassa che silenziosamente rotola nel vuoto dal parapetto di un balcone, un tredicenne coi bermuda e le scarpe da ginnastica di tutti i tredicenni che silenziosamente si accascia e scivola giù come un...
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E’ bastato uno schizzo di tempo, e lo scempio non ha prodotto alcun rumore. Il vaso di coccio di una pianta grassa che silenziosamente rotola nel vuoto dal parapetto di un balcone, un tredicenne coi bermuda e le scarpe da ginnastica di tutti i tredicenni che silenziosamente si accascia e scivola giù come un fantoccio, un gorgo di sangue bruno che silenziosamente gli zampilla dal capo all’improvviso. E in pochi istanti gli bagna il volto, e diventa copioso, e allaga il marciapiedi di via Appia, e gli occhi di Christian sono chiusi sul buio, e Christian non geme, non ritorna, non c’è più.

E poi, subito dopo, l’urlo della mamma – un urlo lungo preciso spaventoso -, restituisce a ciò che è accaduto la colonna sonora che gli spetta, lo stacca come una sequenza dell’orrore dal chiasso lento e confuso dello shopping del tardo pomeriggio, in una delle strade più affollate della capitale. Christian Giacomini adesso, al San Giovanni, è stato dichiarato clinicamente morto, le macchine lo tengono in vita in attesa di un’eventuale autorizzazione per l’espianto degli organi, mamma e papà decideranno. Intanto mamma e papà stanno là fuori coi volti cerei asciutti scheletriti, e il fratellino di sei anni misura la sua esperienza di fine del mondo, e Laura (nome di fantasia), che lavora in un negozio sull’Appia e ha visto tutto, ripete come un automa: «Sangue, tanto sangue».

(Il racconto disperato della madre)

Sangue, in mezzo alle spese per la scuola e per l’inverno e per la cena, in mezzo alle cose di ogni giorno, di ogni sera. Chissà a cosa pensava Christian, quando ha finito per sempre di pensare. Diciotto e trenta, la mamma è ferma davanti a un negozio di scarpe, guarda la vetrina come le mamme fanno sempre, civico 195, un genere di nome che hanno sempre quei negozi, «Look». Christian e il fratellino ciondolano sul marciapiedi come i ragazzini fanno sempre, che noia, chissà quando finisce, quando si può tornare a casa. Tutto come sempre, tranne il vaso.

Il vaso viene sparato all’improvviso come un proiettile dal sesto piano dell’appartamento al civico là accanto, il 199/A. Ci vive una signora anziana, che in quel momento non è in casa. Cura le piante come le signora anziane fanno sempre, con amore, con pignoleria. Chissà se le ha messe in sicurezza, chissà se conosce le norme, forse no. Magari, sbagliando, la signora anziana avrà pensato che non fosse necessario. Magari non poteva immaginare che lì accanto, confinante con il suo, c’era il balcone dello studio di un dentista, e che due ragazzini, i quali ciondolavano anche loro nell’attesa, sarebbero usciti per giocare, come fanno sempre i ragazzini.
Forse è andata così, forse la pianta grassa è stata solo sfiorata, oppure è stata spinta giù per gioco. Forse due ragazzini, senza saperlo, hanno ammazzato un coetaneo per giocare. O forse no, forse le cose sono andate in altro modo: la Polizia ne verrà a capo. Intanto è stata aperta un’inchiesta per omicidio colposo.

Di tutto questo sull’Appia resta una grande macchia di sangue stampata sull’asfalto, e l’eco di un urlo femminile, e il ricordo di tutti quelli che si sono materializzati dal nulla come una squadra di angeli metropolitani, cercando di aiutare Christian. E resterà il ricordo di quel ragazzino inanimato, e di sua madre, e dell’orrore che è arrivato lì per caso, come un passante straniero e arrogante, senza discrezione né pietà.

 

 

(ilmessaggero.it)

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