PISTOLE MINORENNI

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Come tutti gli apprendisti fanno il tirocinio. Imparano i trucchi del mestiere. Sono le giovanissime leve della camorra napoletana. Minorenni che la scuola non è riuscita a interessare. Solo il volto imberbe tradisce la loro età. Ragionano, infatti, di pistole, di carcere e di droga come il più navigato dei...
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Come tutti gli apprendisti fanno il tirocinio. Imparano i trucchi del mestiere. Sono le giovanissime leve della camorra napoletana. Minorenni che la scuola non è riuscita a interessare. Solo il volto imberbe tradisce la loro età. Ragionano, infatti, di pistole, di carcere e di droga come il più navigato dei trafficanti. Sanno tutto. Sanno i rischi che corrono e i soldi che guadagneranno. Sono preziosissimi per chi delinque. Mano d’opera essenziale. Mantengono, nascondono e trasportano le armi. Il killer le avrà solo al momento opportuno. Non può correre il rischio di farsele trovare addosso dalla polizia. Hanno poco più di 15 anni. L’età in cui bisognerebbe passare le giornate sui libri per imparare l’arte di vivere e sperare; sognare e progettare. Invece stanno lì. A disposizione del capo. Aspettano di essere comandati. Di passare di grado. Di acquisire pian piano un posto di riguardo all’interno della cosca. Stanno lì a rianimare la serpe velenosa che non vuol morire. Siamo a Scampia, il mastodontico quartiere a nord di Napoli dove negli anni passati furono ammassate le povertà della città. Povertà che messe insieme non si assommano, ma si moltiplicano a dismisura.
Scampia non è un semplice quartiere di una città del nostro Meridione, ma un caso nazionale da prendere in seria considerazione. Da questo posto chi può scappa via. Lo fa per mettere al sicuro i suoi bambini. Per sperare di costruire per loro un futuro degno di questo nome. Il problema grande è per coloro che, pur volendo, per le loro condizioni economiche, non possono. Costoro sono veri eroi da premiare con apposita medaglia. Infatti, tranne che nei periodi di emergenza, dove il quartiere è “ blindato”, a Scampia, come negli altri quartieri periferici, tutto è permesso. Si chiude un occhio, spesse volte due. Le motivazioni addotte dai diretti responsabili sono sempre le stesse: gli uomini adibiti al controllo sono pochi; soldi non ce ne sono; il popolo è incivile. Dubito che sia sempre vero. A Napoli, solo nelle ultime settimane, sono stati uccisi due ventenni. Altri minorenni sono stati arrestati durante una retata. Ragazzi con la pistola al posto dei libri e del pallone. Giovani che spaventano. Uomini con l’ animo insozzato prima che sia formato. Si ammazzano per strada, in pieno giorno, sotto gli occhi della gente esterrefatta. Una nuova faida, infatti, è scoppiata all’interno del gruppo degli scissionisti che qualche anno fa si separò dal clan dei Di Lauro provocando la morte di un centinaio di persone. I loro vecchi amici, oggi, vogliono rendersi indipendenti e per farlo fanno alleanza con i nemici di ieri. La storia si ripete. Non può che ripetersi quando alla base c’è la violenza, la sopraffazione, l’ingordigia, la droga. E il denaro. Tanto, tanto denaro. Tanto da accecare gli occhi e soffocare il cuore. Tanto da far rinnegare anche gli affetti più cari. La camorra è un mostriciattolo orripilante. Se ancora non si riesce a debellare, occorre indagarne a fondo le motivazioni. Motivazioni che risiedono in quella “sottocultura camorristica” fatta di ingiustizie, povertà, disoccupazione o sottoccupazione cronica. Sottocultura resa possibile anche da uno Stato che spesse volte non riesce a farsi garante dei diritti del cittadino. Uno Stato che si inchina alla Costituzione e alla Bandiera, ma finge di diventare cieco quando certi diritti – al lavoro, alla casa, alla salute – vengono violati. È in questo vuoto assordante che il camorrista si presenta – lupo travestito da agnello – e divora il malcapitato. Occorre bonificare il terreno. Dalle scorie tossiche che ci stanno avvelenando e condannando a morte, e dalla manonera sempre in agguato di giovanissime creature.

( Articolo pubblicato su Avvenire, mercoledì 3 ottobre 2012 )

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