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A ‘IANARA E O’ SPIRITIELLO ZAPPATORE

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(ARTICOLO DI GAETANO DI MAURO) La cosiddetta “IANARA” era una donna vestita sempre con un saio nero. La leggenda l’accosta ad una monaca di clausura, scappata dal convento di S. Arcangelo a Baiano, prima che venisse interdetta ed abbandonata allo stato laicale. Si rifugiò in un rudere campestre nel territorio...
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(ARTICOLO DI GAETANO DI MAURO) La cosiddetta “IANARA” era una donna vestita sempre con un saio nero. La leggenda l’accosta ad una monaca di clausura, scappata dal convento di S. Arcangelo a Baiano, prima che venisse interdetta ed abbandonata allo stato laicale.
Si rifugiò in un rudere campestre nel territorio nostrano, nel sito noto come “fosso del lupo”. Ci sono  degli scritti tramandati dal Pontano nel 1400 e quelli del 1829 pubblicati in Francia per non incorrere nelle ire del Vaticano, poi tradotti e ripubblicati da Benedetto Croce nel 1860, nei quali si menzionano i nomi delle monache provenienti dalle famiglie più antiche ed agiate della nobiltà napoletana, perchè solo queste per editto reale potevano accedere al convento. Le più spregiudicate erano Giulia Caracciolo, Agnese Arcamone, Chiara Frezza, Luisa Sanfelice (morì a soli 36 anni).
Insieme ad altri cognomi altisonanti si macchiarono delle più inaudite nefandezze sessuali, quasi tutte erano costrette da famiglie patriarcali a prendere i voti per preservare ai figli maschi l’intero patrimonio e la continuità del cognome. 
Il convento era dotato di una porticina secondaria dove entrava la bizzoca addetta alle libagioni giornaliere e da lì la notte entravano i giovani del circondario dove ad attenderli erano già svestite e pronte per trascorrere notti di sesso e sodomia le monache assatanate.
Notizie più dettagliate si possono trovare sui nuovi saggi della letteratura italiana del 1600, editi a Bari da Laterza nel 1931, il tutto finì quando S. Andrea Avellino, padre spirituale del convento, nominato ispettore per indagare sulle voci sempre più insistenti delle orge monastiche, raccomandò al cardinale arcivescovo Paolo Boruli da Arezzo l‘immediata soppressione del convento e il trasferimento delle monache nel convento di San Gregorio Armeno.
Una di loro scappò per non essere rinchiusa nel nuovo monastero, non rivelò mai la sua identità: era alta, smilza con un naso aquilino e veniva apostrofata a’ Ianara.
Viveva di piccole offerte datele dai contadini per fugaci incontri, vox populi asseriva che la notte era facile vederla nei pressi delle stalle intenta a far la treccina ai cavalli, poi li cavalcava facendoli trovare la mattina stremati e sudati, altri più maliziosi dicevano che lei frequentava gli animali per motivi più piccanti accostandola ad una spregiudicata regina del passato.
Fino ad inizio Novecento i contadini si lamentavano per le visite notturne della dispettosa monachella.
scrivi x cortesia da CAIVANO PRESS DEL 22 GIUGNO 2013
O’ SPIRITIELLO  ZAPPATOR è quello meno conosciuto e tramandato, si manifestava di notte specialmente d’estate con il cielo stellato nei dintorni della cappella votiva di S. Arcangelo, dove i contadini andavano ad abbeverare gli animali, camminava con una zappetta sulle spalle ed una bottiglia legata ai pantaloni, diceva che serviva per conservare le lacrime d’amore.
A proposito voglio raccontarvi l’ennesima occasione persa che ha quasi il sapore di una favola. Correva l’anno 1958 e si stavano effettuando i lavori di sbancamento sull’autostrada del Sole (inaugurata nel 1964) e proprio all’altezza della contrada S. Arcangelo gli operai si imbatterono in un’enorme pietra tanto grande che per portarla alla luce con i mezzi meccanici a loro disposizione impiegarono due giornate di lavoro.
Era la vera pietra di S. Arcangelo che per centinaia d’anni i contadini del luogo tramandarono da padre in figlio. Si raccontava che un agricoltore del ‘500, mentre stava scavando per dotarsi di un pozzo dove attingere acqua, si trovò davanti ad un corpo solido, un fatto stranissimo per quel terreno di solito morbido e friabile della ormai ex Campania Felix.
Allora il villano chiamò amici e parenti e dopo un faticoso e duro lavoro essi riuscirono a scoprire soltanto la parte superiore dell’enorme masso, infine stanchi e delusi per tanto lavoro inutile coprirono il tutto facendo il pozzo in un altra zona del campo.
All’epoca ero un ragazzino ed essendo figlio di contadini mi trovavo proprio in quella zona: rimasi sbalordito della bellezza e dalla grandezza davvero enorme di quella pietra che si presentava a forma di globo terrestre perfettamente levigata ed alta almeno 5 metri che alla luce del sole emanava riflessi accecanti; mi domandai, quindi, come mai fosse finita proprio lì e come avessero fatto i nostri antenati a trasportarla avendo a disposizione soltanto le loro braccia.
Con il senno di poi ho dedotto che non era da scartare l’ipotesi che fosse un meteorite caduto dallo spazio…
Di fronte a quest’ostacolo fu deviato il percorso dei contadini per Casolla, nel frattempo i dirigenti dei lavori dell’autostrada, per paura di una pausa e di un eventuale spostamento di direzione, senza neppure consultare gli organi competenti, fecero rompere in pochi giorni la storica pietra frantumando così quella grande occasione e privando ancora una volta Caivano di una risorsa inestimabile. Eravamo nel 1958, Domenico Modugno vinceva il festival della canzone italiana con il famosissimo brano “Nel Blu Dipinto di Blu”, meglio nota come “Volare”, mentre lui “volava”, a S. Arcangelo ci tagliarono le ali.
Ritorniamo a o’ spiritiell zappator. Questi si innamorò perdutamente della figlia del proprietario terriero, amore condiviso e corrisposto, ma osteggiato in tutti i modi dai familiari della giovane, tanto che allontanarono il ragazzo dalla loro tenuta costringendo poi la ragazza a sposarsi con il rampollo di un’agiata famiglia.
Carminuccio uscì fuori di senno e, pian piano, si lasciò morire; dopo poco tempo incominciò a comparire nelle campagne nostrane per aiutare i contadini in difficoltà, si narra che una volta fece trovare tutta la canapa sterrata (scippata) e bene allineata per farla essiccare ad una contadina rimasta vedova. A proposito di canapa…
Fino agli anni Sessanta era la nostra identità, si ricavava una fibra povera ma resistente, usata già ai tempi dei Romani per confezionare vesti per il popolo e tuniche per centurioni. Un altro episodio ce lo ha tramandato un contadino del ‘700 che per tutta la notte non trovava il figlio piccolino.
Lo cercarono in tutte le campagne circostanti senza esito; quando si erano perse le speranze di trovarlo vivo, all’alba lo videro sbucare da lontano e domandarono: dove sei stato per tanto tempo?
Lui, sereno e tranquillo, rispose “ho giocato con l’angiulill zappator e quando ci siamo salutati mi ha detto che in vita avrebbe voluto per figlio un bambino carino come me”.

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