STORIA DI CAIVANO. PERCHÈ DICIAMO A “VICCIOL E ROSE, FOR ‘A TAVERN E…”

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(ARTICOLO DI GAETANO DI MAURO) Prima di iniziare voglio ringraziare il priore del Santuario di Campiglione per avermi consentito nei giorni della festa patronale di esporre, nell’atrio del santuario, foto ed articoli di Caivano antica, ottenendo un riscontro non immaginabile, con seimila fogli distribuiti e...
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(ARTICOLO DI GAETANO DI MAURO) Prima di iniziare voglio ringraziare il priore del Santuario di Campiglione per avermi consentito nei giorni della festa patronale di esporre, nell’atrio del santuario, foto ed articoli di Caivano antica, ottenendo un riscontro non immaginabile, con seimila fogli distribuiti e l’incontro con tantissimi caivanesi sparsi per il mondo, i quali si sono complimentati, incoraggiandomi a proseguire nella minuziosa ricerca. Ringrazio ancora i proprietari delle foto esposte e i miei collaboratori Andrea Grande, Mimmo Caccavale, Giovanni Lizzi ed Emilio Autorino e la ditta Papaccioli, disponibili per ogni mia iniziativa. Infine, i giornalisti Antonio Parrella, Francesco Celiento e Mario Setola, i quali senza invidia hanno consentito a quest’umile racconta storie una visibilità incalcolabile. Grazie a tutti.

A vicciol e rose (via Delle Rose)

In origine viottolo di campagna che collegava la necropoli atellana con Casolla Valenzano, a proposito di necropoli forse poche persone sanno, o per negligenza o per ignoranza, o forse ancora per salvaguardare un pezzetto di terreno del signorotto di turno, che fummo capaci di perdere un importante sito archeologico verso la fine degli anni ‘50, mentre stavano effettuando i lavori per collocare i serbatoi di carburanti di un distributore di fronte alla villa comunale.
Venne alla luce la necropoli degli atellani, un avamposto di guarnigioni di soldati romani e, come storia insegna, era ritenuta l’ultima dimora tanto importante da contornarsi di buone parte dei cimeli conquistati nelle battaglie.
A quell’epoca ero un ragazzino e dal balcone di casa una notte vidi dei maldestri tombaroli che trafugavano statue di altezza umana, lascio immaginare l’importanza e l’ampiezza di quelle antiche tombe. Ultimamente parlandone con l’amico e coetaneo Pietro Frezza, non solo egli si ricordava dell’evento, ma con mio stupore ricordava anche i nomi dei maldestri tombaroli e pensare che per quattro assi di legno tempo fa fermarono i lavori della metropolitana napoletana a piazza Municipio, mentre da noi dopo pochi giorni tutto fu appianato e sepolto penalizzando un paese di risorse economiche e culturali.
Si racconta di una coppia di sposi stabilitisi in questo sito alla fine del ‘500 in una residenza di caccia dei governanti napoletani, la dimora fu regalata a questo militare per aver salvato dall’annegare la figlia del regnante sovraindicato, dopo poco tempo purtroppo il soldato morì e la donna, innamorata del posto e delle rose che coltivava, non volle nè risposarsi nè andarsene da quel luogo isolato. Si chiamava Rosimila, ma veniva apostrofata “a stranier”, ebbe diciotto figli e svariati pretendenti. Di questa testimonianzia fino agli anni sessanta rimaneva ancora un rudere usato dai contadini come ripostiglio per gli arnesi campestri, a proposito: sapete che via delle Rose è una delle strade più lunghe, forse la più lunga in assoluto, dato che dal Corso Umberto termina a Casolla?

For ‘a tavern (angolo corso Umberto-via Rosselli)

Era ubicata la più antica taverna di Caivano, per taverna si intendeva dove si mangiava, beveva, si dormiva e per i più danarosi era possibile avere per la notte una dolce compagnia. Qui nei pressi di palazzo Capece, il re Ferdinando II sostava venendo da Napoli diretto alla reggia di Caserta.
Raffaele De Cesare racconta che tutte le volte che il sovrano passava per Caivano in questo posto lo aspettavano poveri e meno abbienti per chiedergli l’elemosina, erano quasi sempre gli stessi, il Re dotato di buona memoria li conosceva quasi tutti e ad ognuno aveva dato un nome: o cecat, o stuort, a zellos, il più malizioso era Giusppiell Auriemma, detto “peppiniell a zucculell”, lo ricordate?
Era quello di vicolo Andirivieni a San Giovanni che dopo aver ricevuto la solita piastra approfittando della fermata per il cambio cavalli, correndo speditamente fino alla rotonda di San Nicola La Strada dove richiedeva di nuovo l’elemosina. Una volta il regnante lo riconobbe e gli disse zucculè si arrivat primm e mè?
Fino agli inizi dell’ottocento il luogo era frequentato alle prime luci dell’alba da braccianti che fermi aspettavano i proprietari terrieri nella speranza che quella mattina sarebbe toccato a loro portare qualcosa a casa e quando arrivavano questi ultimi la prima cosa che facevano era toccarti i muscoli delle braccia per verificare se eri abilitato a svolgere quel faticoso compito.
Fra i braccianti era d’uso dire: domani esco ‘a tavern (vado a cercare lavoro), adesso tocca a quei poveri giovani di colore che puoi trovare già dal primo mattino alla rotonda del vecchio mulino.

Mbont a foss (estremità di via Pignatelli)

Nei pressi di un fosso, in quel periodo quasi nessuno aveva i gabinetti in casa ed i bisogni venivano fatti nei vasi da notte, che al mattino presto si versavano per strada le quali erano predisposti con un incavo centrale ed era facile che qualche residente di passaggio li avesse addosso quando venivano buttati dai piani alti.
Per ovviare a questo sconcio le autorità del tempo autorizzarono un dipendente denominato “o latrinaro”, che con un apposito carretto a mò di vaso grande la mattina li raccoglieva per poi sversarli in un apposito fosso a mò di laghetto ubicato in fondo via Pignatelli dove defluivano anche le acque piovane comprese anche quelle di Crispano ed Orta di Atella.
Per darvi un’idea nella frazione di Casolla esiste ancora e anche sopra quello della città di Cardito denominata Parco Taglia è stata costruita una bellissima villa comunale. Questo laghetto fu sostituito da un corso d’acqua (o curz) che sfocia in contrada Sant’Arcangelo nei Regi Lagni, quest’ultimi realizzati dai borboni per bonificare i siti vesuviani, il pantano acerrano e buona parte delle terre nostrane in fase da acque stagnante.

Aret Canzano

Cognome di una famiglia napoletana proprietaria di buona parte del territorio caivanese, dove passava momenti di relax e battute di caccia, che per svariate generazioni dimorò nel palazzo Canzano, ancora esistente. E’ il più vecchio di Caivano antica, ubicato in via Atellana al numero 14-16, in origine era dotato di due aperture, una su via Savonarola, dove c’erano due torri, vi entrava la servitù e gli animali; l’altra come sopra indicato a via Atellana attualmente è ancora ben visibile lo stemma ducale dei Canzano; sotto la navata si racconta che uno degli ultimi eredi dilapidò tutto il patrimonio terriero, dando per compenso un moggio di terra alla giovane che si accoppiasse con lui per una notte, avendo difficoltà a trovarne una, essendo piccolo, tozzo e brutto, ma al contrario dotatissimo.
A riguardo si narra che era facile sentire di notte strilli e lamenti tanto che era di prassi dire “sta sott o canzan”.
Quelle stanze le ho frequentate per tre anni essendoci ubicata la scuola di avviamento e può sembrare un caso ma a scadenza mi sognavo delle fanciulle che strillavano ed il tutto finì quando presi licenza per continuare scuola a Napoli; dopo di allora ci sono ritornato poco tempo fa e con mia sorpresa ho visto quelle stanze al primo piano decadente e abbandonate e di una tristezza spettrale (chissà?..).

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