CAIVANO, PASCAROLA. LA STORIA DELLA SANTA E DELLA BRIGANTESSA

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(ARTICOLO DI GAETANO DI MAURO) Pascarola, frazione di Caivano, le sue radici sono prettamente contadine, in origine era abitata da braccianti stanziali al soldo di proprietari terrieri. La loro esistenza era scandita da sacrifici privazioni e soprusi di ogni genere, specialmente nei confronti delle donne da parte dei...
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(ARTICOLO DI GAETANO DI MAURO) Pascarola, frazione di Caivano, le sue radici sono prettamente contadine, in origine era abitata da braccianti stanziali al soldo di proprietari terrieri. La loro esistenza era scandita da sacrifici privazioni e soprusi di ogni genere, specialmente nei confronti delle donne da parte dei signorotti del tempo.
Terra fertile e rigogliosa, per questo che rappresentava un susseguirsi di orti e frutteti che con i loro profumi intensi riempivano l’aria tutto intorno, meta della famiglia Dragonetti, nobili de L’Aquila.
Quando venivano ospitati dai Canzani a via Atellana, di questa testimonianza si può trovare riscontro nella piccola cappella votiva di San Giovanni a Caivano, datata 1670.
Al contrario dei giorni nostri che nel nome del progresso la demmo in concessione alla zona industriale facendola sventrare, violentare ed offendere favorendo l’arricchimento di pochi ed il danno per tanti.
Il sito incominciò a popolarsi dopo la costruzione della chiesa di San Giorgio e, mentre prima era distaccato in aperta campagna, adesso si è quasi congiunto con Caivano ed è diventato un popoloso quartiere a nord di esso.
Visitandolo tempo fa, per scoprire le origini ed i fatti accaduti nel lungo periodo storico, sono rimasto sorpreso dalle realtà esistenti.
Intanto, si è provveduto ad instaurare un presidio di guardie locali permanenti e proprio uno di loro, Carmine, mio assiduo lettore, ha cercato di aiutarmi nella ricerca.
Mentre stavo per congedarmi, disilluso per le poche notizie ottenute, Carmine esclama “perchè non andiamo da Don Salvatore, parroco della chiesa di San Giorgio?”.
Ed è qui, miracolo nel miracolo, che si aprono le porte della storia di Pascarola. Accolti dal suddetto con modi garbati e gentili, giustificandosi che lui era da poco reggente e pertanto era all’oscuro di eventuali fatti accaduti nel passato.
Piano piano, incalzato dalle mie domande, si ricorda di zì Cattolica e mi porta a vedere il suo ritratto custodito all’entrata della chiesa e a darmi le prime coordinate, mentre da un altro parrocchiano vengo a conoscenza della storia di Mariannina “’a munacell” e dopo un’accurata ricerca cercherò di illustrare la vita di queste due donne vissute in periodi diversi e diverso fu il modo di vivere la loro esistenza.
Incomincio con la Santa (Cattolica Guarino), fu Stefano, nata il 16 Marzo 1885 e morta il 10 settembre 1971.
Si racconta che fin da piccola incominciò a manifestare l’amore per la chiesa e a seguire i dettami della fede cristiana; mentre le sue coetanee erano alla ricerca di giuochi e dei primi innamoramenti, lei si dedicava assiduamente a lenire le sofferenze di persone anziane e terminali.
La si incontrava sempre con il sorriso sulle labbra ed aveva una parola buona per tutti, era anche preveggente e a lei si rivolgevano quasi tutti i compaesani, non chiedeva mai compensi, era amante dei bambini ed a lei le contadine del tempo consegnavano i propri piccoli quando dovevano aiutare i propri mariti nel faticoso lavoro dei campi.
Zi Cattolica, così era conosciuta, non volle mai maritarsi, rifiutando tutti i pretendenti: era rispettata e da tutti riverita tanto che quando morì fu vestita di bianco e dietro la sua bara c’era tutto il rione.
E fino a poco tempo fa ogni ragazza che si sposava andava a depositare il bouquet di fiori nei pressi della sua tomba ubicata nel loculo comunale numero 565, quarta fila.
Senza fare il bigotto di turno, credo che adesso viviamo in un’epoca dove è facile portare alla ribalta le Ciccioline, le Minetti e le subrettine varie dimenticandoci spesso di queste umili grandi donne.
Passiamo adesso a Mariannina “a munacell (detta anche a brigantess’).
Le origini di questa donna sono a dir poco contrastanti, inizio a spiegare come arriva nelle campagne di Pascarola.
A quei tempi, quando una signora napoletana agiata non aveva il latte, si rivolgeva alle donne di paese per farsi allattare la propria creatura.
Le più ricercate erano quelle di Pietrastornita, venivano preferite alle napoletane per due ragioni: la prima è che si disponeva della stessa notte e giorno; la seconda, più importante, perchè, una volta andata via, difficilmente diffondeva i segreti della casa ad eventuali malintenzionati.
In un periodo di fine ‘700, ce n’erano una moltitudine e la domenica, loro giorno di festa, erano solite frequentare la villa comunale a Mergellina: qui erano oggetto di attenzioni da parte di napoletani fannulloni e senza piastre.
Ed è proprio una di queste, soprannominata “a munacell”, impietosita da una creatura figlia di lazzari lasciata sola sul marciapiede la raccolse e la portò via con sè a Pascarola, a proposito di lazzari molti ricorderanno che fino ad inizio ‘800 Napoli era chiusa nelle porte come quelle di Portalba, Portacapuana, Portanolana e quella di San Gennaro, recintata da muri collegati tra di loro ed all’interno di esse, oltre a napoletani agiati e abbienti, vivevano a fasi alterne sessanta-settantamila residenti sui marciapiedi, nelle caverne, nei fondaci, senza mestiere, senza cognome, campavano di espedienti e nel loro vagabondare una creatura, specialmente se femminuccia, era di intralcio per la madre ed è per questo che a volte venivano lasciate per strada nella speranza che qualcuno più fortunato si prendesse cura di loro.
Il tutto finì quando le autorità ecclesiastiche decisero di dotare alcune chiese di porticine girevoli dove meno abbienti, donne di malaffare e ragazze sfortunate andavano a depositare il nascituro e, come anticipato, “a munacell” la prende e la porta con sè a Caivano.
Crescendola ed allevandola, volendole bene più di una figlia, la bambina con il tempo cresce alta e bella diventando la più corteggiata dai ragazzi del tempo, ma accadde che un giorno, rimasta sola a casa, fu violentata e sodomizzata dal proprietario terriero.
Fingendo di accettare l’accaduto andò ad armarsi ed in un baleno evirò e decapitò lo stupratore, fuggì sapendo che nessuno l’avrebbe creduta e di sicuro sarebbe stata condannata ed impiccata.
Vagabondò nel territorio casertano e beneventano vestita da uomo, viveva di espedienti e di piccoli furti, ma il salto di qualità lo fece quando conobbe il brigante Caruso, originario di Atella; se ne innamorò ed incominciò a seguirlo insieme ad un centinaio di uomini.
A proposito di briganti, già dal 1500 in poi incomincia a diffondersi il brigantaggio, in origine erano contadini ribellatisi ai proprietari terrieri, con il tempo incominciarono a macchiarsi dei crimini più efferati contro le autorità preposte e contro gli stessi contadini.
A fasi alterne venivano assoggettati e usati dai governanti del tempo contro i loro nemici ed in ultimo usati da Garibaldi contro l’esercito borbonico.
Se ne ricordano dei più spietati: Frà Diavolo (Giuseppe Caruso), Crocco (Carmine Donatelli), Ning Nang (Giuseppe Summa), c’erano anche brigantesse come Giovanna Marini da Cervinara, Cristina Cocozzi, amante del capobanda Calamattei, la nostra Mariannina “a Muncell”, spietata e coraggiosa, vestita sempre da uomo e lestissima ad estrarre il coltello per uccidere il malcapitato dirimpettaio.
Fu la rovina del Caruso essendo stata causa della sua cattura, un giorno presa dai rimorsi e stanca di quella vita si rifugiò nel convento delle monache di clausura del Goleto a Sant’Angelo dei Lombardi e di lei non si seppe più nulla.
Vox populi diceva che nel suo vagabondare spesso ricordava la mamma munacella e l’infanzia felice vissuta nelle terre di Pascarola.
Nel salutarvi con affetto vi auguro un anno sereno e pieno di belle sorprese inaspettate. Promettendovi di risentirci a presto con la storia de “I muratori di San Giovanni”.

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