SPEGNIAMO QUESTO FUOCO CHE NON PURIFICA MA DISTRUGGE

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( Articolo apparso su Avvenire mercoledì 6 marzo 2013 ) (ARTICOLO DI PADRE MAURIZIO PATRICIELLO) Non so se dietro all’incendio della “Città della scienza” a Napoli ci sia la camorra. A pensarlo, purtroppo, sono in tanti. Certuni addirittura non hanno il benché minimo dubbio. Personalmente tirerei un...
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( Articolo apparso su Avvenire mercoledì 6 marzo 2013 )

(ARTICOLO DI PADRE MAURIZIO PATRICIELLO) Non so se dietro all’incendio della “Città della scienza” a Napoli ci sia la camorra. A pensarlo, purtroppo, sono in tanti. Certuni addirittura non hanno il benché minimo dubbio. Personalmente tirerei un respiro di sollievo se fosse stato il caso. Di camorra e di camorristi, con tutti i loro addentellati, complici e scagnozzi, non se ne può più. Il desiderio di ritornare alla normalità è fortissimo nella stragrande maggioranza dei napoletani. Ma nessuno ancora ha risposte certe per questa ultima sciagura che si abbatte su Napoli come un ulteriore fulmine.
Il fuoco. In questi tempi, da fonte di calore e di purificazione, assurge a icona di distruzione e degrado. Da anni non facciamo che denunciare i famigerati «roghi tossici». Immondizie e scorie di ogni tipo che nelle campagne bruciano incessantemente sprigionando fumi, fetori e veleni cancerogeni che stanno decimando un popolo. A Succivo, in provincia di Caserta, Mesia, 4 anni, è volata tra gli angeli pochi giorni fa, mentre a pochi passi si svolgevano i funerali di una mamma quarantenne. La malattia è sempre la stessa: cancro.
Roghi distruttori. Roghi assassini. E in mezzo a tanto sudiciume sopravvivono schiere di rom. Non meraviglia se a Giugliano, una settimana fa, due giovani immigrai sono morti bruciati in una baracca di cartone puzzolente. Il freddo pungeva loro le carni quella notte, ed essi per scaldarsi avevano acceso un fuoco. È bastato poco, forse un attimo di distrazione o l’effimero piacere del tepore e del vino e i due sconosciuti sono stati raggiunti da una morte orrenda.
Oggi a bruciare è la “Città della scienza”. Fiore all’occhiello di una città che non trova pace. Qualcosa di cui vantarsi. Qualcosa di bello. Qualcosa che funzionava. Che dava lavoro. Che dava speranza. Poi, ancora una volta, il fuoco che distrugge e non lascia tracce. Il fuoco che brucia come se fossero sterpaglia, opere d’arte e dell’ingegno. Ma che cosa è davvero successo? Ci sono responsabili? E perché si sono macchiati di questo esecrabile misfatto? Oppure è solo un incidente?
Purtroppo, dispiace dirlo, la manutenzione, il controllo, la vigilanza, la prevenzione non fanno parte del nostro Dna. Tante volte arriviamo quando il danno è fatto e consumato. Quando le fiamme hanno già divorato tutto. Quando il malato è già cadavere. Quando le spese per la ricostruzione superano di gran lunghe quelle della prevenzione. A Napoli, ma anche in giro per la Penisola. Poche sono le città che in autunno si preparano ad affrontare i rigori dell’inverno e spesso si lasciano prendere in contropiede dalle piogge.
Occorre cambiare rotta. Occorre avere cura del bene comune. Della nostra “buona terra” e del patrimonio culturale e artistico, fonte di ricchezza e di lavoro. Occorre coscienza, ma anche solo intelligenza e furbizia per mettere a frutto ciò che abbiamo ricevuto. La Polizia forestale, in questi giorni, ha sequestrato a Caivano ettari di terreno coltivati. Piombo, cadmio, zinco, policlorobifenili erano presenti in quantità elevatissime negli ortaggi. Un danno incalcolabile per la salute, per l’ambiente, per l’economia. Per l’immagine. Il terreno recintato dovrà poi essere bonificato.
Gente impaurita. Contadini disoccupati. Spese esose. Soldi che non ci sono. Anche per la “Città della scienza”, a fuoco domato, inizierà il calvario.
Una cosa è certa: deve ritornare a vivere. Deve risorgere dalle sue ceneri. Come il Petruzzelli di Bari, la Fenice di Venezia, il Duomo di Torino. La rivogliamo indietro. Come indietro rivogliamo i libri trafugati della Biblioteca dei Girolamini. E chi ha sbagliato, chi ha imbrogliato, chi ha tradito, paghi.
Padre Maurizio PATRICIELLO

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