POPOLO DI POETI

a cura di 16 luglio 2012 08:44 Commenti disabilitati Views: 163

(ARTICOLO A CURA DI ALFONSO MORMILE) Ci furono il Dante, il Carducci, il Foscolo e il Petrarca.

Il Quasimodo e  il D’Annunzio, il Saba e il Montale.

Sommi difficili da emulare, sostituzioni impossibili, merce unica e irripetibile.

Poi fu clonata la pecora Dolly e tutto divenne più facile, i poeti in Italia furono replicati all’infinito, una macchina che, una volta messa in moto, non fu più possibile fermare e che va ancora avanti, mentre scrivo, mentre lavoro, dormo, mi lavo i denti o siedo sul WC.

Fu clonata la pecora e Facebook fece il resto.

Un subisso di poeti che si avventano sul primo che capita, colui che non li conosce ancora, l’unico superstite di una mattanza senza fine, sangue versato per auto divulgarsi, una guerra senza confini e nazionalità, dove l’unica certezza è il verso ad capocchiam, l’accapo a caso, la rima improbabile.

Se li avesse conosciuti, Dante, avrebbe inventato un girone tutto per loro, quello dei tiranni.

Perché di tirannia si parla quando si è costretti di prima mattina, a leggere versi  del tipo: “L’amore rende schiavi/ io mi liberai di/ esso/ e compresi/ la vita”.

Versi che fanno accapponare la pelle ai capponi, provocano un brivido agli esquimesi,  fermano il cuore degli infartuati.

Ma ci sono poeti e poeti, i migliori sono quelli che, incapaci di scrivere in italiano corretto più di tre periodi di fila, trasformano i pensieri in poesia randomizzando il vocabolario, spendendo parole come chi spende denaro giocando al superenalotto, migliaia di miliardi di combinazioni possibili, partendo dal presupposto che se per sette note si possono scrivere un’infinità di canzoni, figurarsi cosa si può fare abbinando tutte le parole del dizionario della lingua italiana.

E mentre qualcuno scriveva: “Sempre caro mi fu quest’ermo colle,/ e questa siepe, che da tanta parte/ dell’ultimo orizzonte il sguardo esclude”, altri si lanciano in gimkane improbabili, percorsi resi impossibili dalle regole della lingua, ostacoli grammaticali che solo gli spregiudicati più disinibiti riescono a superare, attimi di puro terrore: “Ti chiamerò “Amore” come carezza vellutata/ senza doppio senso/ ipocrisia/ o mielismo alcuno/ Ti chiamerò “Amore”/ con la dolcezza nel cuore/ per regalarti il mio sorriso/ uno spillo che punge/ e penetra/ senza ferire/ Ciao Amore…” (Presa da FB).

Allegoria, allitterazione, anafora, sinestesia, retorica, termini senza significato, invenzioni di una mente malata, falsità storiche, o forse, per i pochi pazzi rimasti, quelli che credono di essere poeti, il modo per verseggiare diversamente, poveri illusi.

La crisi avanza, il cibo scarseggia, le scorte alimentari sono al lumicino, maledetto governo che della storia d’Italia ne ha fatto denaro. I poeti, i poeti!!! Difendiamoli, coccoliamoli, conserviamoli, potrebbero salvare il nostro bel paese dalla rovina, cibo raffinato per le generazioni future.

Dite che sono troppo cattivo? E’ la mia vendetta contro chi, non sapendo scrivere violenta la lingua di Dante, Cavalcanti e S. Francesco!

Non voglio fare di ogni erba un fascio e, come in tutte le regole che si rispettino, c’è sempre l’eccezione, l’ago nel pagliaio che una volta trovato ti fa gridare meraviglia.

 

La letteratura Italiana si realizza con due stili principali:

  • Poesia, con ritmo, rime e versi, sotto la cui categoria vengono identificati anche il poema epico e didascalico, la satira e l’epistola,
  • Prosa, stile che ebbe la sua nascita nel XIV secolo.

 

Ma queste sono cose serie, appartengono alla morte, noi siamo pagliacci, apparteniamo alla vita.

 

 

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