Prego si accomodino
(ARTICOLO DI ALFONSO MORMILE) Millequattrocentonovantaquattro, questa è la data che stabilisce che l’Italia non sarà più Italiana fino a quando non porterà a termine un torneo di tiro al bersaglio al meglio di tre set che gli storici chiameranno guerre di indipendenza.
Le porte furono aperte e chi voleva poteva approfittarne, ora per prendere un aperitivo nella artistica Firenze, adesso per farsi una partita a tressette nel Regno di Napoli.
I primi ad servirsi della gentile offerta, furono i francesi.
Il vero l’obiettivo dei cugini d’oltre Alpi, era quello di riconquistare il regno di Napoli, che sarebbe dovuto spettare di diritto a Carlo VIII. Questi, avendo preso con se 25000 uomini e non avendo altro da fare, tentò in tutti i modi di prendersi tutto il bottino, anche con il favore degli stessi italiani, che cercarono di appoggiarlo in tutti i modi per scacciare gli spagnoli che gli erano antipatici e tenersi le spagnole che sembravano ben disposte verso pratiche sessuali particolari.
Ma i francesi, si sa, sono moscettini, cherì cherì, mon amuor, e nulla di concreto. Tanto che le stesse spagnole, focose per natura, gli facevano il verso dell’indice che batteva sul padiglione auricolare.
Alla fine si accontentarono di rubare la formula dello spumante per rivenderlo come champagne, per poi andare via e lasciare campo libero.
Gli italiani, allora, preferirono gli spagnoli, ma questi essendosi incavolati per il precedente tradimento, iniziarono ad alzare le tasse, mettendo ogni tipo di tributo su qualsiasi cosa fosse possibile. In ultima analisi, quando non fu più possibile gravare il popolo di altri esborsi, chiesero che ad ogni respiro gli italici ne trattenessero due per consumare quanta meno aria possibile (flussi e riflussi storici).
Il tutto fino a quando non imposero imposte impossibili anche sul pesce.
La rivolta partì da Napoli una domenica in cui Gennaro Esposito si recò presso il suo pescivendolo di fiducia, un certo Aniello Tommaso, detto Masaniello. Quando questi ultimi gli presentò il conto, Gennaro gli rifiutò la merce in quanto ritenne troppo esoso il prezzo chiestogli.
Masaniello provò a spiegargli che l’aumento non era dovuto alla sua bieca volontà di lucrare di più, bensì alle tasse che ormai pareggiavano quasi il costo delle spigole, delle orate e della frittura di paranza tanto amata dai napoletani.
Nessuna spiegazione parve però soddisfare Gennaro, che lasciò il cuoppo di alici e paranzella sul bancone, salutandolo anche in modo alquanto sgarbato.
Il pescivendolo decise che era ora di prendere provvedimenti contro gli spagnoli e insieme con un’altra decina di rivoltosi, armati di pesci spada, assaltarono la sede del governo.
La sommossa sembrò riuscire, tanto da costringere gli spagnoli ad accettare le condizioni degli agitatori.
Qualche mese dopo, Gennaro ritornò a comprare il pesce sperando in una diminuzione del prezzo, ma quando si accorse che nulla era cambiato, uccise Masaniello tra gli applausi della gente, anche loro stanchi delle angherie del pescivendolo.
Morì il rivoltoso ma le sue gesta travalicarono il territorio del Regno, da Palermo a Salerno ed in molti altri comuni del regno. Il suo esempio diede vita a un moto rivoluzionario senza precedenti. Per liberarsi definitivamente degli spagnoli, però, gli italiani dovettero aspettare che il dominio si estinguesse per morte naturale. Quando, infatti, nel 1700 morì Carlo II di Spagna, in seguito a una serie di rapidi passaggi di palla, andarono a rete gli austriaci.
Questi restarono in carica per un centinaio di anni appena, il tempo giusto per aspettare il ritorno dei francesi, che alla guida di Napoleone Bonaparte, detto brontolo per il suo carattere e la sua statura, si ripresero l’Italia con la scusa di liberarla dall’oppressore austriaco.
Insomma, per farla breve la nostra nazione passava da un dominio all’altro con una facilità che rasentava l’ottusagine.
Oggi le cose dovrebbero essere cambiate.
O forse no.
Potremmo accusare l’unione europea di occupazione territoriale?
Non lo so.
So però che sotto il suo dominio stiamo vivendo il momento più nichilista e anti-culturale mai vissuto dalla nostra nazione.
Anni dopo i trascorsi del pescivendolo napoletano, quando ormai il pesce costava quanto il cavolfiore, qualcuno provò a riproporlo sulla tavola degli italiani, il piano fallì miseramente, anche perché “Trota” faceva rima con “idiota”.












I commenti sono bloccati