Shame: la recensione

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Shame –  REGIA : Steve McQueen. CAST:  Michael Fassbender, Carey Mulligan –  GENERE:  Drammatico,  USCITA: 13 gennaio 2012 – Gran Bretagna Steve McQueen, che non ha nulla a che vedere con il suo famoso omonimo, eroe dei film d’azione anni 70, nasce come artista visuale e nel 1999, con...
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Shame –  REGIA : Steve McQueen. CAST:  Michael FassbenderCarey Mulligan –  GENERE:  Drammatico,  USCITA: 13 gennaio 2012 – Gran Bretagna

Steve McQueen, che non ha nulla a che vedere con il suo famoso omonimo, eroe dei film d’azione anni 70, nasce come artista visuale e nel 1999, con l’esposizione  di sculture e fotografie all’ Institute of Contemporary Arts di Londra,  si aggiudica il Turner Prize, prestigioso premio d’arte contemporanea. L’esordio al cinema come regista arriva nel 2008 con The Hunger, basato sulla prigionia dell’attivista irlandese Bobby Sands,  film premiato a Cannes con la Camera d’Or per la miglior opera prima e che regala al protagonista Michael Fassbender il primo ruolo importante dopo aver affiancato lo spartano Leonida in 300 (2007). La carriera dell’attore tedesco subisce un’impennata quando  Quentin Tarantino lo dirige in Bastardi Senza Gloria (2009), in seguito diventa Mr. Rochester in Jane Eyre e Carl Jung in A Dangerous Method, usciti in Italia quest’autunno, ma è proprio la seconda collaborazione con McQueen in Shame che lo consacra e gli vale la Coppa Volpi a Venezia, la nomination ai Golden Globe  e probabilmente quella agli Oscar .

E’ la storia di Brandon Sullivan, uomo d’affari newyorkese, attraente e di successo, divorato dalla dipendenza dal sesso che lo porta a districarsi  fra rapporti occasionali e porno chat, incapace di avere un rapporto stabile con una donna. L’arrivo della sorella Sissy (Carey Mulligan) lo turberà profondamente.

Il film si apre con un primo piano del suo corpo seminudo, magro, esangue, sul quale la cinepresa indugia a lungo  e il  successivo nudo integrale  sembra quasi dato in pasto allo spettatore, il quale intuisce che quel corpo è svenduto, consumato e lui ne è schiavo. Il tema della dipendenza sessuale è un argomento doloroso, un impulso irrefrenabile che impedisce di condurre una vita normale, che rende prigionieri del proprio corpo e come  tutte le altre dipendenze che la mente umana può sviluppare come quella dal cibo, dallo shopping o da internet, divorano l’anima e portano in molti casi all’ autodistruzione.

Brandon è apparentemente un uomo tranquillo, un single che si divide tra casa e lavoro e qualche drink con i colleghi ma  in realtà desidera  sfuggire alla monotonia e alla routine quotidiana proprio attraverso il sesso, quello più estremo e becero ma anche quello che allo stesso tempo gli provoca sensi di colpa e “la vergogna” del titolo. La sorella, problematica e instabile, irrompe nella sua vita, non venendo in suo soccorso ma piuttosto con il desiderio di essere aiutata e di sostenersi l’un l’altro, sconvolgendo l’apparente tranquillità del fratello, l’ordine meticoloso del suo appartamento quasi asettico, portandolo a mettere seriamente in discussione la sua vita. Per questo motivo la presenza di lei lo irrita, non solo perché egli sente invaso i suoi spazi, ma anche il modo in cui lui cerca di evitare  un qualsiasi contatto fisico con la sorella, sembra un tentativo di non voler cedere ad una relazione finalmente pulita e sincera.

Egli alternerà nei suoi confronti momenti di tensione ma anche di tenerezza,  quando lei si renderà protagonista di una delle scene più toccanti del film, intonando New York New York, commuovendo intensamente il fratello.

E’una storia lacerante e disturbante nel momento in cui gli eccessi sono portati all’estremo, in quella New York fredda e grigia che fa parte di una società in cui tutto è accessibile e a portata di mano e si salta con facilità da un film porno a un bordello e in cui Brandon non è altro che il prodotto di quell’ambiente.

I cinefili più attenti non mancheranno di trovare delle analogie con Drive, visto lo scorso Ottobre; il cinema contemporaneo sembra prediligere i silenzi, le parole non dette, le lunghe sequenze mute, in nome della comunicazione non verbale, che lo spettatore comune sembra ancora non apprezzare, preferendo le parole e il rumore assordante che copra il sussurro dell’anima, che spinge invece a prendere coscienza di sé e del mondo.

Sissy: Non siamo cattive persone, è solo che veniamo da un brutto posto

 

 

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