The Carrie Diaries 1×01 – “Pilot”.

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Dato che lasciare Gossip Girl era stato un trauma, la CW ha subito trovato la medicina giusta: un prequel per la serie più anticonvenzionale di sempre, un vero e proprio appetizer che dovrebbe stuzzicarci e farci conoscere il background socio-psico-culturale della splendida Bradshaw. C’è da fare una...
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Dato che lasciare Gossip Girl era stato un trauma, la CW ha subito trovato la medicina giusta: un prequel per la serie più anticonvenzionale di sempre, un vero e proprio appetizer che dovrebbe stuzzicarci e farci conoscere il background socio-psico-culturale della splendida Bradshaw.

C’è da fare una precisazione, una di quelle ego-centriche che tanto mi piacciono. Dunque: dopo Streghe – che ha turbato/migliorato/condizionato buona parte della mia infanzia – Sex and the City è stato il telefilm. Non uno qualsiasi, sia chiaro. SATC was the one. Il telefilm della crescita, il telefilm dell’amore tormentato di Carrie e Big, degli episodi come “Effetto Domino” che ancora mi farebbero venire il magone, del vibratore a forma di coniglio della tenera Charlotte, del trasloco a Brooklyn di Miranda (che voleva segretamente farsi amico Dan Humphrey in previsione della sua versione CyberPettegola), del cancro sconfitto da Samantha.

Con queste premesse, ovviamente, TCD parte davvero male: buchi narrativi a destra e a manca (soprattutto per quanto riguarda il quadro familiare della protagonista) e l’assenza forzata (per mantenere almeno un po’ di decenza nella continuity col futuro) delle ragazze non sono di certo punti a suo favore.

Eppure, messe da parte le remore, ho deciso di premere Play. Ed ho fatto bene.

 “Benvenuti nell’era dell’anti-innocenza”, diceva Carrie Bradshaw, da indiscussa regina di Manhattan. E invece, eccoci qui, con The Carrie Diaries, catapultati nel 1984: l’età dell’innocenza.
Lei, Anna Sophia Robb, ha un naso molto più grazioso di quello della Parker ma, che siano i capelli oppure i vestiti, la somiglianza è fortissima e il prequel si fa subito più credibile.

La trama è semplice: Carrie Bradshaw è una ragazzina intelligente, chiacchierona e naïve. Nei suoi sogni c’è la Grande Mela e si sente diversa dalle sue amiche poiché, presa com’era ad elaborare il lutto per la morte della madre – non ha ancora perso la verginità.

Ha una sorella, che mette più matita e mascara di Clio, e che si chiama Dorrit. Ora, please, tell me what this name means.
Ha un padre, che avrei preferito essere molto più affascinante – magari con un po’ di barba, magari Dylan McDermott – ma, forse, la storyline del FILF (Father I’d Like To Fuck) non verrà toccata neanche da lontano.

Ha due amiche, La Topina Asiatica e La Cagna Americana. E sappiate che, quando affibbio dei soprannomi, le cose iniziano a prendere una brutta piega. Mouse mi sembra tenera e volubile, così tanto che ha svenduto la sua verginità ad un universitario che non l’amava – you don’t say! – mentre La Cagna senza nome s’intrattiene con il collega poliziotto di suo padre – you know, girls just wanna have fun.

La Cagna, by the way, avrebbe un fidanzato. Un fidanzato che è un qualche cosa di veramente, veramente charmant e che, neanche a dirlo, si rivela essere segretamente omosessuale.
Il male lead della situazione sarebbe quindi Sebastian Kydd, il primo bacio di Carrie che – fantasia portami via – ha ottime probabilità di essere il primo “ad infilarle l’hot dog nella serratura”. Just sayin’.

In quel di Manhattan, però, Carrie perde la sua vera verginità, quella psicologica, quella che la fa sentire totalmente ammaliata dalla città e dalla vita che scorre nelle sue strade. Una doppia vita alla Jane by Design (may you rest in peace, Jane Quimby!) è quello che probabilmente ci aspetta. Di misteri non ce ne sono, la trama non è intrigante, Sebastian non mi fa ancora impazzire, la mean girl di turno ha un nome che è tutto un programma (Donna LaDonna)… ma Carrie ha appena trovato dei diari bianchi su cui scrivere i suoi pensieri, i vestiti sono favolosi, le canzoni sono un trampolino di lancio per tuffarsi nel passato, New York è bellissima e… ‘80s really rocks, bitches.

Voto: 7

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