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US Open. Back in black

on ago 31, 14 • by • with Commenti disabilitati su US Open. Back in black

Fuori Ana Ivanovic, fuori Maria Sharapova, fuori Aga Radwanska, fuori Simona Halep, fuori Angelique Kerber, fuori Petra Kvitova, il tabellone femminile degli US Open si è, come si suol dire, aperto a un ventaglio di possibilità assai favorevole a Sara Errani, mentre resta meno riguardoso nei confronti di Flavia...
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Fuori Ana Ivanovic, fuori Maria Sharapova, fuori Aga Radwanska, fuori Simona Halep, fuori Angelique Kerber, fuori Petra Kvitova, il tabellone femminile degli US Open si è, come si suol dire, aperto a un ventaglio di possibilità assai favorevole a Sara Errani, mentre resta meno riguardoso nei confronti di Flavia Pennetta, che nei quarti di finale potrebbe incrociare la sempiterna Serena Williams, favorita assoluta del torneo. Williams piccola, per intenderci, ha trionfato per la prima volta a New York nel 1999, quando la Krunic aveva appena iniziato le elementari e quando Catherine Bellis, detta Cici, difficile a scriversi, era appena nata! Le Williams, in quegli anni, travolsero il circuito femminile come un fiume in piena, sovrastando tutte le avversarie, per niente abituate a misurarsi con tenniste dotate di tale forza fisica coniugata a un grandissimo talento. La prima a fare le spese del “nuovo corso” fu Martina Hingis, che dovette elaborare in fretta, ancora giovanissima, l’idea del suo primo e più importante ritiro dalle scene, sebbene oggi sia possibile ammirarla nel torneo di doppio e proprio in coppia con la Pennetta. La lenta emersione, di questi tempi, delle epigone Sloane Stephens e Taylor Towsend, anch’esse americane e di pelle nera, ha però riportato alla mente un altro ricordo e un’altra riflessione maturata all’epoca, agli inizi degli anni duemila. Ritenevo, imberbe ragazzino e pessimo profeta, che le Williams sarebbero state delle apripista di un’intera generazione di nuovi tennisti e soprattutto di nuove tenniste e che avrebbero in qualche modo calamitato le attenzioni di etnie poco inclini, per mancanza di abitudine, al gioco con la racchetta. In parole povere ero convinto che il tennis sarebbe stato invaso da atleti e da professionisti di colore. Lungi ovviamente dal provare le paure di un Celine, terrorizzato dal pericolo nero, ossia dalle superiori capacità fisiche dei neri, e dal pericolo giallo, ossia dalla tendenza alla rapida proliferazione degli orientali, ero anzi entusiasta di una simile eventualità. Eppure non si è verificata, nè tra le donne, eccetto le ultime ragazzine, nè tantomeno tra gli uomini. D’altro canto una possibile invasione, seppur lenta e sedimentata nel tempo, non seguì neanche gli exploit dei precursori delle Williams, degli antenati nobili. Come dimenticare Althea Gibson? Prima afroamericana della storia del tennis a imporsi a Londra, la Gibson vinse per due volte consecutive sia i Championships che gli US Open, conquistando anche il Roland Garros e mancando solo l’appuntamento australiano, che pure la vide protagonista di una finale. E come tacere dello straordinario Arthur Ashe, cui non a caso è intitolato il campo centrale del Billie Jean King National Center? Arthur, tennista atipico anzitutto nel carattere, è stato ed è tuttora l’unico atleta di colore con Yannick Noah ad essersi imposto in un major, impresa che gli è riuscita per ben tre volte: nel 1968 agli US Open, nel 1970 in Australia e nel 1975, dopo diversi anni trascorsi con scarsi risultati sportivi, a Londra, tra la sorpresa generale, quando sconfisse in finale l’allora ragazzo prodigio Jimmy Connors. Non fu una semplice sfida sportiva: si affrontavano due connazionali, un bianco e un nero, un esuberante showman e un malinconico lord, tale non nei natali, ma certo nei comportamenti. Fu però la consacrazione all’immortalità di Arthur, costretto al ritiro da un infarto nel 1979 e costretto ad abbandonare la vita nel 1993, a causa dell’HIV contratto con una maledetta trasfusione di sangue. Un anno prima un reporter americano, infischiandosene del riserbo naturale del campione e soprattutto della ferma volontà di Ashe ad andarsene in silenzio, in tranquillità, senza clamore, un po’ come fosse ancora su un campo da tennis, rivelò al mondo la malattia. Ma questo discorso potrebbe condurmi a divagazioni ulteriori sulla bontà della verità giornalistica e sulla necessità di trasmettere qualsiasi informazione a qualsiasi prezzo. Lanciandomi in chiusura in un poco avventato pronostico, e sperando in una rapida smentita, magari per mano di Flavia, dirò che la maggiore erede di Althea e Arthur, al secolo Serena Williams, non avrà alcuna difficoltà ad alzare ancora questo trofeo, quindici anni dopo la prima volta, nello stadio intitolato a uno dei più grandi uomini della storia dello sport.

Terzo turno donne:

Bouchard – Záhlavová Strýcová 6-2 6-7 6-4
Williams – Lepchenko 6-3 6-3
Makarova – Diyas 6-2 6-4
Azarenka – Vesnina 6-1 6-1
Krunic – Kvitová 6-4 6-4
Dellacqua – Plíšková 6-3 3-6 6-4
Pennetta – Gibbs 6-4 6-0
Kanepi – Suárez 7-5 6-0

Ottavi donne:

Bencic – Jankovic 7-6 6-3
Peng – Šafárová 6-3 6-4
Errani – Lucic-Baroni 6-3 2-6 6-0
Wozniacki – Sharapova 6-4 2-6 6-2

Terzo turno uomini:

Robredo – Kyrgios 3-6 6-3 7-6 6-3
Wawrinka – Kavcic Ab.
Djokovic – Querrey 6-3 6-2 6-2
Kohlschreiber – Isner 7-6 4-6 7-6 7-6
Tsonga – Carreño 6-4 6-4 6-4
Murray – Kuznetsov 6-1 7-5 4-6 6-2
Nishikori – Mayer 6-4 6-2 6-3
Raonic – Estrella Burgos 7-6 7-6 7-6
Dimitrov – Goffin 0-6 6-3 6-4 6-1
Monfils – Gasquet 6-4 6-2 6-2
Bautista Agut – Mannarino 7-5 6-2 6-3
Berdych – Gabashvili 6-3 6-2 6-4
Thiem – López 6-4 6-2 6-3
Cilic – Anderson 6-3 3-6 6-3 6-4
Federer – Granollers 4-6 6-1 6-1 6-1
Simon – Ferrer 6-3 3-6 6-1 6-3

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