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Atp World Tour Finals. La frusta dal passato

on nov 14, 14 • by • with Commenti disabilitati su Atp World Tour Finals. La frusta dal passato

Il volto di Amelie Mauresmo, allenatrice di Andy Murray, ex tennista e grande campionessa, ben visibile sulle tribune della O2 Arena, raccontava meglio di qualunque parola l’incredulità, se vogliamo la tristezza, nei riguardi di un match che per il diletto pupillo rappresentava l’ultima spiaggia di...
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Il volto di Amelie Mauresmo, allenatrice di Andy Murray, ex tennista e grande campionessa, ben visibile sulle tribune della O2 Arena, raccontava meglio di qualunque parola l’incredulità, se vogliamo la tristezza, nei riguardi di un match che per il diletto pupillo rappresentava l’ultima spiaggia di un’improbabile qualificazione e che si risolveva infine in una debacle. Non sarà superfluo ripetere che, dopo aver finalmente vinto Wimbledon, l’obiettivo di una vita, con la guida attenta di Ivan Lendl, e dopo essere sprofondato nell’abisso della mancanza di obiettivi, Andy non abbia potuto far altro che quanto gli era abituale fin da giovanissimo, ossia affidarsi ai consigli di una nuova figura femminile, dopo la madre e la fidanzata, dalle quali appariva senza dubbio dipendente. Le vicende del piccolo Murray, la mamma che lascia la famiglia, il papà William che si improvvisa mammo, il massacro di Dunblane, hanno ancora oggi, c’è da giurarci, effetti sul grande Murray. Più di un anno fa tentavo di indagare la complessa psiche del più fragile dei campioni tennistici contemporanei e cercavo di individuare i limiti dello scozzese, ma nulla mi è parso e mi pare tuttora significativo quanto l’accostamento tra il tennista e l’imperatore romano Alessandro Severo, dipendente anch’egli da figure femminili, al punto da coniare per l’impero di quel tempo il termine di matriarcato. Non è tutto, si intende: dopo aver sfatato il tabù Wimbledon, dopo essersi scrollato di dosso il peso dell’eredità di Fred Perry e di un’intera nazione, Andy si riscopriva spaesato nella domanda più difficile di tutte, ossia cosa chiedere al futuro. Poi l’infortunio alla schiena, doloroso, complicato, dalla lunga riabilitazione, che ne ha fin qui minato, a giudizio di chi scrive, la resistenza sulla distanza. In parte appagato, in parte stanco, in parte alle prese con il recupero, Murray disputava la sua peggiore stagione tennistica da molto tempo a questa parte, compiendo un autentico miracolo e uno straordinario tour de force autunnale per essere ai nastri di partenza delle Finals. Tutte queste cose, o gran parte, erano note a Roger Federer, che ha infatti dichiarato in conferenza stampa “Andy dovrà lavorare molto duramente, se vuole tornare ai livelli cui era abituato”. E come non ritenere imbarazzato il suo sguardo in campo, consapevole di autentico dominio? Andy Murray, sia colpa dell’operazione alla schiena, sia colpa della fragilità della psiche, è oggi un tennista più debole di sei anni fa, quando in questo torneo batté proprio Federer. Meno propositivo, rinunciatario, con una seconda palla di servizio sempre più lenta e comoda, con un diritto troppo lavorato e poco profondo, con l’innata attitudine difensiva, ben corroborata dagli anni di scuola spagnola, che lo costringe a giocare troppo dietro rispetto alla linea di fondo. Non è compito di uno scribacchino suggerire gli accorgimenti necessari a invertire la tendenza. Lo è però raccontare l’apparizione, fulminea ed effimera, di Federerissimo, divina figura mitologica ripresentata al mondo dopo anni di smarrimento: in un particolare momento del match, con uno scatto laterale verso sinistra e una frustata di diritto anomalo sempre verso sinistra, lo svizzero è sembrato la migliore versione possibile di se stesso. L’ammirazione non mi impedirà di notare che sia stata, con ogni probabilità, una fugace perturbazione e non una raffica stabile.

Terza giornata gruppo B:

Nishikori – Ferrer 4-6 6-4 6-1
Federer – Murray 6-0 6-1

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