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Atp World Tour Finals. Le jeu du diable

on nov 16, 14 • by • with Commenti disabilitati su Atp World Tour Finals. Le jeu du diable

Agli occhi di appassionati e addetti ai lavori quest’edizione del Masters di fine anno era sembrata invero scialba, per non dire noiosa, a voler essere intransigenti, o poco combattuta, con maggior gentilezza. I numerosi incontri terminati in straight set, cioè senza ricorrere al set decisivo, corroboravano...
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Agli occhi di appassionati e addetti ai lavori quest’edizione del Masters di fine anno era sembrata invero scialba, per non dire noiosa, a voler essere intransigenti, o poco combattuta, con maggior gentilezza. I numerosi incontri terminati in straight set, cioè senza ricorrere al set decisivo, corroboravano quest’impressione e meglio ancora facevano i punteggi, data l’impressionante mole di sei a uno e sei a zero, del tutto indegna del torneo dei migliori. Si attendeva dunque la fase ad eliminazione diretta per poter gustare una partita degna di questo nome e per dare giustizia agli esorbitanti costi dei biglietti della 02 Arena. Nella prima semifinale si affrontavano il numero uno al mondo Djokovic e la rivelazione giapponese Nishikori. Due interpreti che giocano con grande anticipo, cercando l’impatto con la palla nel momento in cui sale dal rimbalzo o al massimo quando raggiunge il suo apice prima di ridiscendere, e che tentano, quasi sempre con grande successo, di non abbandonare mai la linea di fondo campo e non concedere quindi tempo, spazio ed angoli ai propri avversari. Il giapponese, forse con la complicità di un polso messo maluccio, non riusciva però ad arginare la supremazia fisica e balistica di Djokovic, che in un attimo giungeva a servire sul punteggio di sei a uno e uno a zero, tutto in suo favore. A questo punto, l’imponderabile: alla battuta per allungare, il serbo si lasciava distrarre dal pubblico e commetteva un doppio fallo sulla palla break concessa al nipponico; non pago, applaudiva ironicamente verso i presunti tifosi, dimenticando con ogni probabilità che il pubblico, pur avvezzo ad un gioco nobile come il tennis, non era certo quello composto e beneducato di Wimbledon. E dunque un accidente esterno permetteva a Kei di recuperare e di profittare della rinnovata irrequietezza di Djokovic. Non di vincere, ci mancherebbe. Ma certo di offrire agli spettatori, paganti e non, un minimo di pathos. La seconda semifinale veniva disputata dai due svizzeri, tra una settimana impegnati nella storica finale di coppa Davis. Dirò subito che il Wawrinka visto in campo appariva come la miglior versione di se stesso, mentre Federer sembrava stanco, contratto, impreciso, timido, quasi rassegnato, incapace di reggere le fucilate dell’amico, del tutto insufficiente alla risposta, in maniera pericolosamente simile alla finale di Montecarlo di quest’anno. Nel primo parziale Stanislas acquisiva addirittura due break di vantaggio, prima di perderne uno e concludere con un agevole sei giochi a quattro. Nel secondo era Federer ad avere più occasioni, ma solo nel dodicesimo gioco, complice una magia di volo e uno smash di Stan affossato in rete, strappava la battuta e con essa il set. All’inizio del terzo accadeva una cosa mai vista prima: una palla di Wawrinka terminava in corridoio dopo aver toccato il nastro; il giudice di sedia effettuava un errato overrule, ossia replicava alla chiamata del giudice di linea ritenendo che la pallina avesse toccato la riga; Federer incredibilmente non si accorgeva della doppia chiamata, continuando a giocare come nulla fosse; sullo 0-40 infine, ascoltando la declamazione del punteggio, si rendeva conto del problema e iniziava una piccola quanto inutile discussione con l’arbitro. Break per lo svizzero di riserva, tenuto con difficoltà fino al decimo gioco, sebbene nell’ottavo, su palla valida per strappare la battuta, Roger avesse destinato un ottimo cross di diritto a un centimetro dalla riga laterale. Nel decimo dunque, quello decisivo, Wawrinka serviva per vincere: tre match point, affrontati tutti nei pressi della rete, unico settore in cui Federer abbia giocato in maniera straordinaria, e tutti e tre smarriti per insufficienza nella volée e per il sangue freddo del suo avversario, che in un attimo, con un passante di rovescio lungolinea, si procurava la palla break per ritornare in partita. Tripudio del pubblico, cardiopalma assoluto: nel tie-break decisivo, Roger annullava un quarto match point con un servizio vincente e poi concludeva, ancora nei pressi della rete, con una volée stoppata di diritto, al primo tentativo utile. Occhi bassi per entrambi, grandissima fatica, apprensione per la condizione di Federer in ottica finale, ma spettatori in delirio e, c’è da giurarci, Roger anche. Il tennis lo ha inventato il diavolo, diceva giustamente Adriano Panatta.

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