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Atp World Tour Finals. Federer l’infinito

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Certamente non posso essere escluso dal novero di quanti un anno fa, di questi tempi, si chiedevano se e come si sarebbe conclusa l’avventura tennistica di Roger Federer. Nell’analisi anticipata del futuro e del venturo duemilaquattordici non mi sbilanciai certo a favore di quanti sostenevano l’idea...
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Certamente non posso essere escluso dal novero di quanti un anno fa, di questi tempi, si chiedevano se e come si sarebbe conclusa l’avventura tennistica di Roger Federer. Nell’analisi anticipata del futuro e del venturo duemilaquattordici non mi sbilanciai certo a favore di quanti sostenevano l’idea di un suo ritiro: e però reputavo improbabile un ritorno in grande stile del vecchio campione, ombra non solo della migliore versione di se stesso, il Federerissimo, ma anche della versione più attempata che pure aveva trionfato a Wimbledon per la settima volta. Come dar torto all’uno e agli altri? Nell’annata duemilatredici Federer aveva conquistato un solo torneo, sull’erba di Halle, e disputato solo un’altra finale, sulla terra di Roma; due sole vittorie su top ten prima delle Finals, agguantate per il rotto della cuffia; eliminazioni cocenti negli slam: semifinale a Melbourne, sconfitta con Murray, quarti a Parigi, sconfitta con Tsonga, e soprattutto secondo turno a Londra, sconfitta con Stakhovsky, e ottavi a New York, sconfitta con Robredo. L’eliminazione precoce a Wimbledon, nel tempio che lo aveva consacrato all’immortalità e alla leggenda, per di più da defending champion, aveva indotto a necessarie riflessioni sia l’eroe protagonista che i lettori attenti: nel mese di Luglio, con una programmazione sballata, Federer aveva poi partecipato a due tornei su terra, convincendosi finalmente a provare una nuova racchetta, rimediando però cocenti sconfitte con tennisti di secondo e terzo livello, dimostrando di aver perso lucidità, oltre che gambe e fisico. Perché il tutto, come poi sarebbe diventato chiaro, era condito da forti problemi alla schiena che lo svizzero si trascinava dal master 1000 di Indian Wells. Insomma, il quadro a tinte fosche si completava e si concretizzava, per gli addetti ai lavori, in questo modo: Federer è un tennista finito e continua a giocare solo per obblighi contrattuali con gli sponsor. Questa convinzione si era peraltro radicata talmente tanto che quando Federer lo scorso dicembre dichiarò di voler vincere almeno cinque tornei nel duemilaquattordici fu quasi sbeffeggiato. Il resto è storia più o meno nota: recuperando fiducia e un’ottima condizione fisica, superando i guai alla schiena, avvalendosi della collaborazione e dei consigli di Edberg, cementificando il suo legame con un nuovo attrezzo, Roger Federer ha non solo vinto cinque tornei, di cui due master 1000, ma ha anche disputato altre cinque finali, tra cui quella di Wimbledon, smarrita solo al quinto set dopo una bellissima partita con un tennista sei anni più giovane. I tempi di reazione non sono quelli di un tempo e il diritto fa sicuramente meno male agli avversari, mentre otto-nove anni fa era una sorta di sentenza sul campo, ma una maggiore lucidità tattica, una certa dose di coraggio e spregiudicatezza, la possibilità di sfruttare una racchetta più grande per evitare impatti sempre perfetti e l’infinita dose di genio che mai lo abbandona, gli hanno permesso di essere l’interprete più vincente dell’anno in termini di partite, di tornare numero due al mondo, di poter addirittura attaccare la prima posizione e infine di essere in vantaggio su Djokovic negli scontri diretti di questa stagione. E Kei Nishikori, sconfitto senza appello nella seconda giornata del gruppo B, così commentava: Federer migliora ogni volta. Trentatré anni, signori.

Seconda giornata gruppo B:

Federer – Nishikori 6-3 6-2
Murray – Raonic 6-3 7-5

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