Fenomenologia di Andy Murray

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Dei sovrani del tennis contemporaneo, l’interprete britannico è sicuramente il più difficile da analizzare, per svariati motivi. Non sarà innanzitutto sfuggito all’attento lettore che Andrew Barron Murray, detto Andy, ha vissuto rispetto ai suoi rivali un’infanzia travagliata, se non nella sua...
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Dei sovrani del tennis contemporaneo, l’interprete britannico è sicuramente il più difficile da analizzare, per svariati motivi. Non sarà innanzitutto sfuggito all’attento lettore che Andrew Barron Murray, detto Andy, ha vissuto rispetto ai suoi rivali un’infanzia travagliata, se non nella sua totalità, certo in un’occasione particolare. Il 13 Marzo 1996 Thomas Watt Hamilton entrò nella scuola elementare di Dunblane, in Scozia, con quattro pistole al seguito. Tra le quali, e non sfuggirà la brutale precisazione, una Magnum 44. Il poveretto sterminò un’intera classe, sedici bambini di cinque anni, più Gwen Mayor, l’insegnante che cercò di difendere i pargoli. A quel punto Thomas continuò a vagare per l’edificio e a sparare a casaccio, ferendo altri adulti e bambini, prima di farla finita e di suicidarsi. L’episodio ebbe una rilevanza e un’importanza tali che l’anno successivo in Gran Bretagna fu promulgato il Firearms Act, che rese illegale il possesso privato di armi da fuoco di un determinato calibro e limitò il possesso e l’uso delle armi di calibro più piccolo. Hamilton, senza che nessuno lo sapesse, ha rischiato di diventare un novello Gunter Parche, guru supremo degli attentatori tennistici, perchè in quella scuola, quel giorno, nascosti in una classe, c’erano anche i fratelli Andy e Jamie Murray, ambedue professionisti dello sport con la racchetta, rispettivamente nelle discipline del singolo e del doppio.

Murray, si capisce, non ha mai trattato con disinvoltura l’argomento. In un’occasione rivelò che ancora per quattro o cinque anni dopo l’incidente aveva grosse difficoltà a camminare per strada. E alcune fugaci apparizioni di lacrime confermano la portata del trauma. Potrebbe dunque non stupire, data questa fondamentale premessa, l’attaccamento quasi morboso più volte manifestato dalla mamma Judith, amore sfociato ben presto nella presunzione della gestione dell’atleta, come spesso capita in questo sport; attaccamento che, in definitiva, potrebbe aver suggerito alla federazione britannica la nomina di Judy Murray a capitano della squadra di Fed Cup. O comunque questa è l’opinione dei maligni, ai quali non è sfuggito neanche il rapporto difficile tra Andy e la fidanzata Kim, figlia a sua volta di Nigel Sears, altro allenatore tennistico, conosciuta nell’ormai lontano 2005. Pare infatti che la signorina qualche anno fa abbia mollato lo scozzese a causa dell’impiego, secondo lei ovviamente errato, che Andy faceva del proprio tempo libero. In soldoni, invece di stare con lei faceva altro. E Murray ha velocemente cambiato le proprie abitudini. Ma stiamo sfociando nel gossip: ciò che conta è che questo rapporto apparentemente “passivo” con le matrone di casa potrebbe rivelare aspetti e disequilibri inconsci nati quel maledetto giorno a scuola. Fragilità emotive che lo hanno reso un moderno Alessandro Severo, il più precario dei Fab Four sotto l’aspetto psicologico, l’ultimo ad esplodere sul piano dei risultati. E che, insieme alle finali slam perse e alle occasioni mancate, hanno suggerito l’ingaggio come allenatore e consigliere tecnico di un campione nato come grande perdente e trasformatosi poi in un grande vincente: Ivan Lendl.

La nazione certo non ha fatto dormire sonni tranquilli al già provato ragazzo. Murray, come anche i sassi sanno, è scozzese. Quello che però i sassi non sanno è che, a differenza di quanto accade in altre discipline, esiste un’unica federazione tennistica per tutti e quattro gli stati che compongono il Regno Unito. Andy non è solo suddito della regina Elisabetta, è anche a tutti gli effetti un tennista britannico, checchè ne dicano gli aficionados più incalliti, Alex Ferguson e Sean Connery. Per quanto, in maniera molto poco british, la stampa londinese lo abbia definito “scottish” dopo le sconfitte e, si intende, “english” dopo le vittorie. In ogni caso il giovane di Dunblane è diventato l’unica speranza concreta di un intero popolo per tornare a primeggiare in uno sport nato nella sua variante contemporanea proprio dalle parti di Wimbledon. E solo le lacrime di molti tifosi e tifose possono spiegare cosa abbia significato la vittoria di quest’anno nello slam londinese, sancita da coincidenze numeriche notevoli: primo trionfo maschile britannico a Wimbledon 77 anni dopo Fred Perry, primo in assoluto dal 1977, quando ad imporsi nel tabellone femminile fu Virginia Wade. Che questo torneo fosse nel destino di Murray era prevedibile: sebbene nato e cresciuto sui campi terricoli spagnoli, e assumendo quindi i connotati di un arrotino piuttosto che di un giardiniere, Andy ha vinto il suo primo match Atp al torneo del Queen’s, quando, giovinetto, si impose su Santiago Ventura.

Murray, come Rafa Nadal, nasce regolarista, nasce, come direbbero gli americani, “counterpuncher”, ribattitore da fondo campo. La sua attitudine prettamente difensiva non rende merito alla vastità del repertorio a disposizione, un repertorio con ogni probabilità, secondo l’opinione di chi scrive, inferiore solo a quello di Federer. Il suo diritto, in origine colpo di costruzione più che di sfondamento, è eseguito con una presa western, non molto accentuata e più aperta del normale, quasi una semi-western. Migliorato col passare del tempo, il diritto è il colpo di rimbalzo più debole di Murray, nonchè il più cedevole: in posizione difensiva il britannico cerca di conferire più rotazione possibile alla pallina per recuperare velocemente tempo e posizione sulla riga di fondo, con i piedi nel campo privilegia invece un’esecuzione più piatta e penetrante. Ma il colpo con cui Murray realizza più vincenti è il rovescio bimane, sia sulla traiettoria in cross, a volte strettissima, sia soprattutto sulla traiettoria lungolinea. Impugnatura continental con la mano destra, eastern con la mano sinistra, lo scozzese esegue rovesci molto piatti e puliti, a volte anche in leggero salto, stilisticamente perfetti, con un timing perfetto nello spostamento del peso del corpo dalla gamba sinistra a quella destra e nella conclusione del movimento, sempre nei pressi della spalla destra. Con questo fondamentale di rimbalzo Murray, come il suo “gemello” Djokovic, è in grado di spazzolare tutte le righe del campo. L’attitudine difensiva già accennata, addirittura straordinaria sui campi veloci e cementati, ben si completa con l’esplosività e la reattività fisica del tennista, che, di fatto, è uno dei principali esempi del fight tennis contemporaneo: Murray, con Djokovic e Nadal, incarna al meglio la trasformazione che questo sport ha subito negli ultimi quindici anni. Essendo il più alto dei Fab Four, Andy è in grado di scagliare la prima palla più rapida: piatta, potente, spesso e volentieri oltre i duecentodieci chilometri orari. La seconda di servizio, ahilui, resta un problema: lenta e quasi sempre attaccabile. Il gioco di volo è buono, ma, date le sue caratteristiche, Murray predilige poco l’approccio a rete. Non va tralasciato infine che il suo rovescio in back-spin, giocato ovviamente a una mano e con una certa continuità sui prati, è inferiore per efficacia solo a quello di Federer.

Le considerazioni psicologiche iniziali tornano come il più classico dei boomerang: riuscirà Andy Murray a dare un senso alla sua carriera dopo aver vinto il torneo di Wimbledon, trionfo che sino a questo momento rappresentava l’apice della sua intera esistenza e la speranza maxima di milioni di tifosi britannici? Di certo, al tramonto dell’era Fab Four, Andy resta il principale competitor degli altri automi tennistici, terra rossa esclusa. E, di certo, non è più lo scozzese che perdeva le finali slam, ma il britannico che ha reso felice una nazione. Manca un solo traguardo per l’immortalità: diventare numero uno del mondo.

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