Fenomenologia di Novak Djokovic

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La Chiesa Ortodossa, per intenderci il complesso di culti cristiani che si richiamano all’ortodossia, culti tipici dell’Europa Orientale, equivale in buona sostanza a “la chiesa corretta”, in opposizione alla errata, impropria e forse meno educata Chiesa Cattolica. Gli aderenti, gli aficionados...
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La Chiesa Ortodossa, per intenderci il complesso di culti cristiani che si richiamano all’ortodossia, culti tipici dell’Europa Orientale, equivale in buona sostanza a “la chiesa corretta”, in opposizione alla errata, impropria e forse meno educata Chiesa Cattolica. Gli aderenti, gli aficionados dello spirito come potremmo chiamarli, ritengono infatti di essere nel giusto, di seguire fedelmente le scritture, di avere una retta opinione. E come contraddirli, ripensando alle decine di migliaia di interpretazioni e interpolazioni che nel corso dei secoli hanno stravolto la religione cattolica romana? Non pretendendo di ricomporre una separazione avvenuta quasi mille anni fa, giungo dunque alla più sconvolgente delle verità rivelate della religione tennistica contemporanea, ossia che proprio il serbo Novak Djokovic, attuale numero uno del mondo, in arte Djoker, tipo sbarazzino, vivace e sveglio, sia un ortodosso. Nonchè, con ogni probabilità, l’unico dei quattro grandi a riporre fede nel divino e nel trascendente.

Verrebbe quantomeno da sorridere, ripensando a qualche anno fa. Il corretto seguace del dogma cristiano è balzato agli onori delle cronache per le sue imprese da showman consumato, prima ancora che per le vittorie. Sono ormai più che famose le sue imitazioni dei colleghi e delle colleghe: da Andy Roddick a Maria Sharapova, il tremendo Nole ha dileggiato mezzo tour. Provocando nelle fonti di ispirazione divertimento  – e come resistere a quella parrucca bionda e lo sguardo perso così simili alla russa? – ma anche, in qualche caso, risentimento e fastidio. Difficilmente infatti Rafa Nadal avrà accettato con piacere lo scambio di battute tra Djokovic e Fiorello riguardo le sue caratteristiche fisiche da novello Maestro Splinter. Ma il serbo non si è limitato a questo: siparietti, danze improvvisate in campo, raccattapalle colpiti, maschere e travestimenti. I nomi quasi mai sono frutto del caso: Novak è il jolly dell’ultimo decennio, l’elemento di variazione sul tema, la variabile dissacrante che ha sancito la fine di un’era e l’inizio di un’altra, il joker del tennis contemporaneo. E poco importa che negli ultimi tempi, complice la prima posizione mondiale, gli show siano diminuiti. Un atto di maturità è pur sempre dovuto, per uno sportivo che si è issato all’immortalità. E a queste nuove implicazioni religiose avranno fatto caso anche in patria, se è vero che Ireneo, attuale patriarca della Chiesa Ortodossa Serba, ha conferito a Djokovic l’ordine di San Sava, una decorazione per l’amore e l’impegno profusi nei riguardi della religione e dei serbi. Che il tennista tenga ai compatrioti non c’è dubbio, che accada il contrario meno ancora: quando vinse il suo primo major, l’edizione 2008 degli Australian Open, Nole fu salutato in patria come un sovrano o un mitico eroe di guerra; e l’esultanza del presidente Tadic sulle tribune del campo centrale di Wimbledon per la vittoria del pupillo fu senza precedenti per un capo di stato. L’ordine di San Sava ha tralaltro origini laiche e statali, dato che la decorazione fu istituita nel 1883 dal re serbo Milan I. Ultima delle coincidenze, e lasciamo in via definitiva l’aneddotistica, Novak Djokovic è tifoso dei rossoneri di Milano.

Più di ogni altro interprete, da due anni a questa parte, Nole incarna la trasformazione che il gioco ha subito nell’ultimo decennio. Da lawn tennis, tennis da prato, a turbotennis, come lo definisce Gianni Clerici, o fight tennis, come lo definisco io. Maestro assoluto del braccio di ferro dalla linea di fondocampo, unico uomo sul pianeta in grado di scivolare su ogni superficie, Djokovic, pur non esibendo una muscolatura degna di nota, è in grado di correre e battagliare per ore, di prodigarsi in scambi lunghissimi, di utilizzare i suoi recuperi prodigiosi per trasformare una situazione precaria e di difesa in un capovolgimento offensivo, di affrontare con la stessa intensità ogni palla, di colpire con potenza e precisione assolute da ogni zona del campo, su qualsiasi direttrice, verso ogni angolo del rettangolo di gioco. Il diritto è il colpo che negli anni è migliorato di più: Djokovic lo esegue con un’impugnatura molto stretta, una western, più chiusa di quella di Murray, meno rispetto a quella di Nadal. La traiettoria anomala, inside out, è la preferita: sebbene sia dotato di un colpo bimane straordinario, Nole, quando possibile, sceglie sempre questa soluzione d’attacco, con la quale diventa più che letale. Il rapido gioco di gambe gli permette di girare con rapidità intorno alla palla e di scagliarla violentemente, mirando il più delle volte alla riga interna del corridoio, tentando, dunque, di ottenere il punto diretto o di buttare fuori dal campo il malcapitato avversario, costretto a rincorrere la pallina nella zona delle tribune. Un colpo che esegue con molta più difficoltà è il diritto anomalo da sinistra verso sinistra. Il serbo opera una violenta e saettante rotazione del busto, una rotazione a volte estrema e che, in ultima analisi, può rendere questa particolare esecuzione troppo stretta e fatalmente destinata al corridoio. In ogni caso il numero dei vincenti ottenuto con questo fondamentale, sia nella traiettoria in lungolinea, sia nella traiettoria in cross, è alto.

Il rovescio è la delizia, il marchio di fabbrica. Eseguito pressapoco con gli stessi accorgimenti di Murray, presa continental per la mano destra, presa eastern per la mano sinistra, il colpo bimane di Djokovic è il colpo che spesso e volentieri ha fatto la differenza nelle sfide con i principali rivali. Non c’è punto del campo dal quale il serbo non sia in grado di tirare un vincente di rovescio. La traiettoria preferita e in linea di massima definitiva è quella lungolinea. In situazioni di difficoltà sul lato sinistro, persino in allungo e in spaccata, il serbo è in grado di tirare stoccate incrociate talmente strette da non terminare sul fondo del campo, ma ai lati. Il rovescio in back-spin a una mano è invece poco incisivo e, di conseguenza, poco usato. Il tallone d’achille è il gioco di volo, settore del gioco nel quale Novak è più indietro rispetto agli altri Fab Four. Tempistica, tocco, posizione a rete: figlio del suo tempo, Djokovic riesce ad eseguire con dovizia solo rare voléè stoppate, dimostrando notevole dose di insicurezza negli altri colpi di volo, persino nello smash. Una soluzione usata fino allo sfinimento è la palla corta, perlopiù di rovescio. Ma il fondamentale che gli ha permesso di diventare numero uno al mondo e di massacrare ogni avversario è la risposta al servizio, superiore persino a quella di Andy Murray, giocata sempre sulla riga di fondo campo, sempre di incontro, quasi sempre profonda e penetrante, spesso tra i piedi del competitor. È proprio la rapida rotazione del busto che consente a Djokovic di sopperire agli svantaggi che la presa western di diritto offre a questo tipo di impatto.

Il futuro è incerto. Lo strapotere del serbo sulle superfici cementate è stato incrinato dall’insospettabile Nadal e da Murray, l’attitudine dello scozzese ai prati è superiore, la terra battuta è ancora zona spagnola, la prima posizione mondiale è a rischio. Ma proprio i risultati di quest’anno consolidano una teoria inoppugnabile: Djokovic è l’unico tennista rimasto altamente competitivo su ogni terreno di gioco, dal rosso, e la semifinale parigina al quinto dimostra che è l’unico al livello del maiorchino, all’erba, per finire col duro indoor. In ogni caso, se dovessi sbilanciarmi in una previsione, riproporrei quanto già detto a Gennaio: negli anni a venire i principali protagonisti saranno i gemelli dell’ottantasette, Djokovic e Murray. I due sono, d’altro canto, così simili, che il serbo non ha mai pensato di imitare l’amico-rivale britannico. Si emulavano già in campo.

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