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Londra. Bonjour finesse

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Sorpreso da un’interessante considerazione di Ivan Ljubicic, ad oggi ex tennista e opinionista per Sky Sport, cercavo con poco successo di esplorarne i risvolti psicologici e più intimi, o di indovinarne quantomeno le cause scatenanti. Secondo l’informatissimo croato e le care statistiche, mai menzognere,...
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Sorpreso da un’interessante considerazione di Ivan Ljubicic, ad oggi ex tennista e opinionista per Sky Sport, cercavo con poco successo di esplorarne i risvolti psicologici e più intimi, o di indovinarne quantomeno le cause scatenanti. Secondo l’informatissimo croato e le care statistiche, mai menzognere, Richard Gasquet, nel 2005, sulla terra di Montecarlo, in quella che a memoria mi pare la prima delle due vittorie ottenute in carriera sul monarca Federer, aveva la brillante attitudine a incontrare la palla dentro al campo con una interessante regolarità, diciamo nel 41% dei casi. Nell’ultima e a tratti desolante sfida, sul cemento indoor della O2 Arena londinese, Richard eseguiva i suoi colpi perlopiù fuori dal campo, limitandosi a un misero 12% con i piedi nel rettangolo di gioco. Questo regresso tattico, che i più da anni notano e che molti, Piatti e Grosjean su tutti, hanno cercato di invertire, potrebbe suggerire qualche complicazione di natura caratteriale, in fondo non dissimile dal complesso che attanaglia Stan Wawrinka, tennista eccellente succube per anni e tuttora dell’aura di regalità e di trionfo del connazionale assai più titolato. Il nostro francese non è nascosto però nell’ombra di miti vicini e lontani, conterranei o meno; bensì nella sua stessa ombra, diventata gigantesca molti anni fa, ben più alta del suo metro e ottantacinque e in definitiva ben più ingombrante. L’avessero chiamato “the chosen one”, il prescelto, negli anni novanta, nessuno l’avrebbe trovato strano. Predestinato alla vittoria, indicato come il riscatto e la riscossa del tennis francese, che dai tempi di Noah non conquista uno slam, Gasquet si contraddistingueva per l’incredibile precocità e una bravura invero insolita. Non solo nel circuito riservato agli juniores, ma persino in quello maggiore, dato che è ancor oggi il più giovane tennista di sempre ad essersi qualificato al tabellone principale di un Master 1000, nonchè il più giovane a vincere un match del circuito Atp. Gli amanti del bel tennis si leccavano i baffi e non degnavano di pari considerazione un suo coetaneo spagnolo, che di lì a poco gli avrebbe rubato la scena. Un buon percorso comunque, culminato nella già citata vittoria con Federer e nella semifinale a Wimbledon nel 2007, dove fu sconfitto proprio dallo svizzero. Non un percorso di vittorie e di trionfi, ma il percorso di un ottimo tennista, dotato di un rovescio sopraffino, di un diritto a volte traballante, usato più per costruzione che per conclusione, e in generale di buoni colpi. Non gli è bastato per aver ragione dei migliori della passata e di questa generazione, nè per evitare un tracollo che ebbe il suo zenit nel famoso scandalo del bacio alla cocaina. Non gioverà tornare su episodi scabrosi non ancora ben chiari, e quindi propongo il quesito suggerito involontariamente da Ljubicic: forse che Gasquet abbia regredito la sua posizione in campo, trasformandosi da grandissimo attaccante in mediocre difensore, perchè incapace di sopportare il peso di un destino assegnatogli da altri e non da se stesso? Ma non vorrei apparire troppo crudo in questa disamina e in questa supposizione: dirò dunque che Gasquet, dopo aver offerto un’eccellente prova di sè contro Del Potro qualche giorno fa, non ha illuminato, se non a sprazzi, il pubblico londinese, aiutato quando possibile da Federer, sia nel bene che nel male. Entrare nel dettaglio di tutte le giocate di alta qualità offerte dai due interpreti è impossibile in queste poche righe, anche se varrà la pena ricordare che Roger, in una istantanea e purtroppo estemporanea resurrezione nella modalità campionissimo, ha salvato una palla break nell’ottavo gioco del secondo parziale con un lob di rovescio d’altri tempi. Non posso però esimermi dal notare che lo svizzero ha cercato con insistenza una particolare soluzione al servizio da sinistra, cioè un kick alto sul rovescio di Gasquet, situazione che di norma deve subire lui stesso, mentre il francese quasi mai, se non in un paio di occasioni, ha sperimentato il miglior colpo del suo repertorio, il rovescio lungolinea. In conclusione, resta da annotare l’alto numero degli errori gratuiti, trenta per Federer e ventisette per Gasquet, e la vittoria di Djokovic, già qualificato per le semifinali. Sperando che gli ultimi incontri dei gironi regalino qualche emozione in più.

Risultati:

Federer – Gasquet  6-4 6-3

Djokovic – Del Potro  6-3 3-6 6-3

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