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Londra. L’impresa del Federer umano

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Possono i sorteggi essere iniqui? Può una scelta affidata al caso, al destino o all’intervento di qualche divinità dispettosa, essere moralmente non giusta? Parrebbe di sì, a giudicare alcuni casi eclatanti. Se pensiamo al calcio, lo sport che va per la maggiore nello stivale, lo sport che, a detta di una...
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Possono i sorteggi essere iniqui? Può una scelta affidata al caso, al destino o all’intervento di qualche divinità dispettosa, essere moralmente non giusta? Parrebbe di sì, a giudicare alcuni casi eclatanti. Se pensiamo al calcio, lo sport che va per la maggiore nello stivale, lo sport che, a detta di una vecchia voce autorevole, “si gioca in undici e alla fine vince la Germania”, come giudicare equo il sorteggio che ha proposto nello stesso girone la squadra locale, il Napoli, il più forte undici londinese, l’Arsenal, e la rivelazione dei tempi recenti, il Borussia Dortmund? Soprattutto a fronte di gruppi più disomogenei e squilibrati, a dimostrazione che non sempre il sistema delle teste di serie rivela i reali valori di una squadra o di un atleta. E infatti sembra ingiusto anche l’adagio sopra riportato, se è vero che i tedeschi, pur arrivando quasi sempre in fondo, non sempre vincono, sorte che forse toccherà anche al citato Dortmund. Dunque, volendo tornare alle vicende tennistiche e frenare incaute divagazioni, dirò senza mezzi termini che il sorteggio dei gironi del Master di fine anno è stato ingiusto. In un gruppo sono terminati ventiquattro titoli slam: l’ex monarca Federer, Djokovic e Del Potro, tutti vincitori di major, più Gasquet. Nell’altro “solo” tredici, cioè Nadal. Non possedevano e non posseggono titoli e referenze simili gli altri contendenti: lo spaurito Berdych, lo spompato Ferrer e il debuttante Wawrinka. Anche questo confronto rischia però di scadere nell’abisso dell’ingiustizia. Non è forse altrettanto iniquo giudicare solo sulla base del passato, cioè su quello che si è fatto e non quindi su quello che si fa nel tempo presente? Eppure anche da questo punto di vista il confronto è impietoso. Escluso Wawrinka, che ha esibito e sta esibendo un livello di gioco notevolissimo, i contenders di Nadal sono sembrati, anche in questo finale di stagione, alquanto sbiaditi e scoloriti, per non dire poco sufficienti. Nell’altro girone sono invece capitati insieme i migliori interpreti di questa stagione indoor, Djoker e Delpo. E il mortale Federer. Scrivo mortale perchè, dopo essere trasceso sul piano divino, il campionissimo è ridisceso sulla terra. Da divinità fluttuante, in grado di volare sul campo e di colpire con i suoi strali da ogni punto del rettangolo di gioco, contemporanea reincarnazione di Ermes,  si è trasformato in un uomo. E la sua umanità, nelle recenti esibizioni, tanto più nella sfida-spareggio con Del Potro per accedere alle semifinali, è diventata manifesta non per le evidenti differenze tra il fisico di ieri e quello di oggi, tra le ali ai piedi di un tempo e le gambe pesanti del presente; non per la scomparsa dell’istinto cannibalesco, che ai bei tempi gli consentiva di centrare il bersaglio al primo colpo; non, ancora, per l’orgoglio, che lo mantiene tennisticamente in vita e gli impedisce di accettare la più brutale delle idee, l’idea di essere invecchiato; quanto, piuttosto, per le imprecazioni sfuggite durante i tre combattuti set con l’argentino, frammiste a dialoghi con se stesso. Come a volersi ripetere: dove sono finito? son questo io? un tempo li battevo a occhi chiusi, cosa è successo? Si lamentava in siffatta maniera, il Federer di questi tempi, perchè stava rischiando di smarrire un match in cui per larghi tratti aveva ben giocato, certo meglio di un ottimo Del Potro, e in cui aveva totalizzato più punti complessivi, pur dimenticando, e qui sta la differenza, di conquistare quelli più importanti. Per tacere della pessima abitudine di iniziare ogni parziale con handicap, di concedere cioè un turno di servizio senza colpo ferire. Insolite dunque, ma non inaspettate, le occasionali lamentele, atto di lesa maestà nei confronti di se stesso. Eppure lo scatto d’orgoglio, un miglior rendimento alla risposta e con la prima di servizio e un maggior numero di vincenti consentivano al re decaduto di rimontare lo svantaggio nel secondo set e di issarsi a un tie-break poi maestosamente dominato; e di rimontarlo nel terzo, da un preoccupante passivo di tre giochi a zero in favore Del Potro, per poi concludere al dodicesimo game tra il boato del pubblico. Tra una delizia e l’altra, tanti umanissimi errori. Ma non è forse più degna d’attenzione l’impresa di un uomo, anzichè quella di un dio?

Risultati:

Federer – Del Potro  4-6 7-6 7-5

Djokovic – Gasquet  7-6 4-6 6-3

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