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Londra. Un tennista disumano

on nov 12, 13 • by • with Commenti disabilitati su Londra. Un tennista disumano

Neanche terminava la finale del Master di fine anno, che già tentavo di immaginare il tennis del futuro più prossimo, cioè del 2014. Non osando peraltro, per un’insufficiente lungimiranza prima ancora di un’insufficiente competenza, guardare più in là, e cercare di capire come saranno i tennisti del...
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Neanche terminava la finale del Master di fine anno, che già tentavo di immaginare il tennis del futuro più prossimo, cioè del 2014. Non osando peraltro, per un’insufficiente lungimiranza prima ancora di un’insufficiente competenza, guardare più in là, e cercare di capire come saranno i tennisti del futuro. Intrepidi volleatori? Esagitati ribattitori? Giocatori completi? Estrosi? Banali? Ogni epoca tennistica, ogni fase della vita di questo sport, ha avuto i suoi interpreti; e, con essi, le sue caratteristiche, le sue peculiarità e i suoi stili di gioco. La bellezza del tennis risiede proprio in questa ampia varietà, riflessa peraltro nelle diverse superfici. Che gli organizzatori avranno pure tentato, sbagliando, di uniformare, rallentando i campi veloci e velocizzando quelli lenti; ma che conservano specificità inalienabili. I più comunque, e non mi discosterò da una simile opinione, ritengono che gli archetipi del tennista del prossimo decennio – e forse anche di quelli a seguire – siano due: uno era in campo a giocare la finale londinese, l’altro con ogni probabilità a casa a guardarla in televisione. Ma le divagazioni come sempre rischiano di inghiottire il piatto principale. Per tornare al tennis giocato, dunque, diremo che Nadal perdeva la sua seconda finale al Master giocando male, come peraltro aveva fatto per tutta la settimana. La maggior parte dei suoi colpi non acquistava sufficiente lunghezza, terminando spesso e volentieri nel rettangolo del servizio, così com’era accaduto in semifinale, tant’è che il povero e stanco Federer aveva smarrito timing e posizione perchè troppo indietro rispetto alla pallina. Ma se lo svizzero non aveva colmato il ritardo con la velocità di gambe, non altrettanto si poteva dire di Djokovic, con ogni probabilità il tennista più rapido mai visto su un campo di tennis. Il serbo guadagnava subito tre palle break consecutive nel secondo gioco: non trasformava la prima a causa di uno straordinario recupero sotto rete di Nadal, ma strappava il servizio subito dopo, con un ottimo rovescio lungolinea. Arrivava anche la palla per il possibile quattro a zero, ma tre banali errori di rimbalzo del serbo, seguiti da una serie di rovesci scentrati, consegnavano speranza, fiducia e il momentaneo pareggio a Nadal. Ma un miraggio resta un miraggio: nell’ottavo gioco, su palla break, Nadal serviva una mirabile prima esterna da sinistra; Djokovic non solo ribatteva, ma sulla successiva volée di rovescio dello spagnolo, correndo come un forsennato, estraeva un magnifico lob che terminava negli ultimi centimetri di campo; il recupero di Rafa stimolava un interessante scambio di carezze a rete, insolito e inaspettato fioretto, terminato poi da Djokovic con una volée vincente di diritto. Il game della partita: Djokovic agguantava il primo set a guisa d’avvoltoio, dominando poi il secondo nel gioco, nel punteggio e nelle occasioni. Con orgoglio il mai domo annullava due match point, prima di arrendersi e capitolare al terzo con un diritto anomalo terminato in corridoio. Il segreto nadaliano della vittoria in finale agli US Open e in generale delle vittorie estive, il diritto lungolinea, non è pervenuto. Mentre sono apparsi, in tutta la loro efficacia, il diritto incrociato stretto, il rovescio lungolinea e il rovescio incrociato piatto di Djokovic. E con essi l’esplosività, la snodabilità, la mobilità, la capacità di corsa di questo straordinario atleta. Se Nadal è disumano nella testa, Nole è disumano nel fisico: lo spagnolo avrà anche dominato buona parte del 2013, ma il Djoker è mattatore e co-protagonista di diversi attori da ben tre stagioni filate; è, inoltre, l’unico ad essere sempre presente, l’unico capace di arrivare sempre in fondo in ogni stagione e su ogni superficie. È lui il primo archetipo del tennista del domani: e se il diritto di Federer è stato il colpo tennistico del primo decennio del nuovo millennio, la risposta al servizio di Nole, ormai indegna di qualsiasi aggettivo inferiore a meravigliosa, è il colpo tennistico del presente e del futuro. E il secondo archetipo? Chi se non l’infortunato Murray, il gemello di Djokovic, il grande assente di questo Master, il campione di Wimbledon? Il 2014, a meno di sorprese sempre ben accette, sarà affare di questi due e del mai domo. Si accettano scommesse.

Finale:

Djokovic – Nadal  6-3 6-4

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