Federer serves to Del Potro in their quarterfinals match at the Paris Masters men's singles tennis tournament

Parigi-Bercy. Allenatori di se stessi

on nov 2, 13 • by • with Commenti disabilitati su Parigi-Bercy. Allenatori di se stessi

Cercando di scorgere qualche significativo cambiamento nel gioco di Roger Federer, data la rottura del matrimonio tecnico-tattico con Paul Annacone, ritorna prepotente e fulminea la domanda delle domande: ma quanto è importante, nel tennis professionistico, un allenatore? Gli interpreti sono probabilmente ancora...
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Cercando di scorgere qualche significativo cambiamento nel gioco di Roger Federer, data la rottura del matrimonio tecnico-tattico con Paul Annacone, ritorna prepotente e fulminea la domanda delle domande: ma quanto è importante, nel tennis professionistico, un allenatore? Gli interpreti sono probabilmente ancora dubbiosi, se è vero che lo stesso tennista svizzero è stato senza coach per diversi anni, nè questo è l’unico caso. Sport individuale per eccellenza, il tennis non richiede infatti un manovratore delle meccaniche di squadra, come succede ad esempio nel calcio o nel basket. Richiede, piuttosto, e parliamo sempre, si intende, di tennis professionistico e di atleti approdati al successo sportivo o comunque di un’età superiore ai vent’anni, un consulente tecnico-tattico, un amico suggeritore, un dispensatore di buoni consigli. L’allenatore, in sostanza, non può modificare l’impianto base del pupillo, ormai già formato, ma può smussarlo, migliorarlo, indirizzarlo. E può soprattutto, aspetto fondamentale del gioco, lavorare sulla testa dell’atleta. Una dimostrazione vivente di questo possibile impatto psicologico è Richard Gasquet, giunto a risultati notevoli nell’ultimo anno, da quando cioè è sotto la guida di Riccardo Piatti. E infatti non abbiamo riscontrato modifiche e accorgimenti notevoli sul piano tattico, dato che, nonostante le buonissime intenzioni di Piatti, Richard continua a giocare due metri dietro la riga di fondo, per agevolare l’ampia preparazione dei suoi colpi, esponendo dunque i propri angoli a un bersagliamento continuo, come capitato ieri con Rafa Nadal. Che è l’altra faccia della medaglia: Nadal, come il nostro Seppi, ha lo stesso allenatore da quand’era un fanciullino.

Per tornare comunque all’elvetico e smettere di divagare, diremo innanzitutto, e a riprova di quanto sostenuto prima, che anche per un genio è difficile modificarsi a trentadue anni suonati, ammesso che il cambio di racchetta e il tentativo strampalato di cambio di gioco esibiti a Luglio significassero proprio questo; diremo poi che Annacone e i suoi consigli non sono stati certo dimenticati: su tutti l’uso continuato e sistematico del servizio slice da destra, colpo in cui Federer, tra i destrorsi, è certo il migliore in assoluto. Eppure a un occhio semi-attento, quale può essere quello di un appassionato, qualche cambiamento nel Federer che ha battuto Juan Martin Del Potro, in questo periodo inferiore sul cemento indoor solo a Djokovic, si è visto: il rovescio lungolinea, riproposto con insolita quanto soddisfacente continuità; una prima palla violenta al centro, all’incrocio delle righe, al servizio dal centrodestra, utilizzata più volte rispetto al consueto slice. Non sfuggirà che questi accorgimenti ben si confanno al terreno di gioco, questo veloce manto cementato protetto dalle coperture. Questa è difatti la superficie migliore per il rovescio dello svizzero: la pallina rimbalza bassa, più bassa rispetto alla terra e ai vari cementi outdoor, nonchè più rapida. Inoltre, volendo scendere nel dettaglio del match, Roger è fisicamente a posto: e non sono le sue dichiarazioni a confermarlo, nè il risultato, quanto il gioco espresso. Le gambe girano, i piedi sono rapidissimi, il timing finalmente, dopo tanti mesi, è perfetto e gli consente di giocare senza contare solo sullo straordinario braccio e sulla solita velocità di esecuzione. L’istinto cannibalico, come più volte scritto, è andato via da tempo. E così il colpo d’occhio e un paio di secondi nel tempo di reazione. Per dirla usando le parole di Djokovic, non è più in forma come quand’era numero uno. Ed è facile presumere che non lo sarà più. Ma la bellezza e l’efficacia dei colpi rimane invariata. Lo svizzero, vada come vada, è pronto per il Master di fine anno.

E all’appassionato di turno non resta che un’ultima domanda: come può Berdych diventare un fenomeno incredibile quando gioca contro Federer e trasformarsi in una copia sbiadita quando incontra Ferrer? Il ceco, completamente a suo agio con la pallina proposta dallo svizzero, assai più pesante e penetrante, diventa incapace di aggredire i colpi meno efficaci del tennista spagnolo. Problema tecnico-tattico o mentale? Al Master l’ardua sentenza.

Risultati:

Djokovic – Wawrinka  6-1 6-4

Federer – Del Potro  6-3 4-6 6-3

Nadal – Gasquet  6-4 6-1

Ferrer – Berdych  4-6 7-5 6-3

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