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Parigi-Bercy. Ottimo gregario, ma pur sempre un gregario

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Il Master è ormai alle porte e si avvicina dunque il momento di consacrare il miglior tennista dell’anno. Che non sempre e non per forza deve essere il Maestro, ossia colui che vincerà il torneo riservato ai migliori otto della stagione, ma spesso e volentieri lo è. Lo scorso anno ad esempio fu solo la...
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Il Master è ormai alle porte e si avvicina dunque il momento di consacrare il miglior tennista dell’anno. Che non sempre e non per forza deve essere il Maestro, ossia colui che vincerà il torneo riservato ai migliori otto della stagione, ma spesso e volentieri lo è. Lo scorso anno ad esempio fu solo la finale dell’ultimo appuntamento a destinare la corona, dato che i due contendenti, Federer e Djokovic, giunsero all’appuntamento conclusivo con pari titoli e referenze e altrettanta ambizione regale a occupare il soglio del monarca. Quest’anno la scelta parrebbe essere più semplice, e dico parrebbe perchè i numeri e la matematica sostengono il contrario: Nadal ha vinto due slam su quattro e ben cinque master 1000, recuperando la prima posizione mondiale dopo oltre due anni e dimostrando di essere un tennista rinnovato e in grado di rinnovarsi continuamente; d’altro canto c’è un signore serbo che è sempre protagonista, dall’inizio alla fine, da Melbourne a Londra cementata, passando per Parigi, New York e ancora Londra prataiola. Djokovic, stando ai calcolatori e ai ragionieri poco avvezzi all’impressione tennistica pura e alla comprensione dell’ovvio, potrebbe concludere l’anno da numero uno, se bissasse la sua vittoria al Master e Nadal compisse poche eroiche gesta nel girone assegnatogli. Eventualità non del tutto sconsiderata, volendo prestar fede alle statistiche dello spagnolo – un solo torneo indoor vinto in carriera – e alle difficoltà tecniche esibite in questi giorni a Parigi. E nei prossimi giorni non potrò non tornare sull’argomento, nè potrò esimermi da alcune considerazioni sugli altri avversari e sull’inequità dei sorteggi contemporanei.

Parigi, si diceva. Il povero torneo parigino, certamente minore rispetto allo slam giocato a pochissima distanza spaziale, continua a soffrire la ancor minore distanza, seppur temporale, con il Master. Tant’è che il calendario dei due gironi del torneo dei maestri è stato deciso in base ai semifinalisti di Bercy. Negli anni passati, giova ricordarlo, il torneo è stato snobbato più volte dai migliori, proprio per questo motivo: i qualificati, per evitare lunghe trasferte, quando il Master si giocava nei luoghi più disparati del mondo, evitavano l’ultimo 1000 dell’anno. Negli anni del suo dominio, Federer non ci è mai andato: ed è tornato a calcare questi campi indoor solo negli ultimi tempi, da quando cioè il Master è stato spostato alla O2 Arena di Londra. Sempre per questo motivo nessun tennista sin qui è riuscito a vincere due volte di fila a Parigi-Bercy, sempre per questo motivo solo Federer e Agassi sono riusciti a trionfare in entrambi i tornei parigini, sempre per questo motivo lo scorso anno Janowicz è arrivato in finale alla sua prima partecipazione a un torneo di questo livello. Sconfitto poi da Ferrer.

Sembrerà strano che un regolarista da terra battuta come il valenciano sia in grado di giocare bene su una superficie così rapida. Eppure la finale odierna sembrava riproporre a Djokovic non certo il solito Ferrer, ma una versione più bassa e tarchiata del Federer già battuto in semifinale: lo spagnolo aggrediva la palla con grande anticipo, sia di diritto che di rovescio, e giocava a ridosso della riga di fondo, se non addirittura con i piedi dentro al campo. Il povero serbo, costretto un paio di metri indietro rispetto alle abitudini, non sarà stato informato dai negligenti collaboratori che proprio questi accorgimenti avevano permesso a Ferrer di battere Nadal, a dispetto delle misere quattro vittorie ottenute su ventiquattro sfide. E il copione della finale non si discostava molto. D’altro canto un campo su cui si ha già vinto trascina sensazioni positive. E infatti al quinto gioco Ferrer strappava il servizio e gli applausi, concludendo con una sublime palla corta di rovescio uno scambio infinito, durato qualcosa come venti colpi e passa, e i pochissimi lettori mi scuseranno se per il pathos non ho portato adeguatamente il conto. La chiave tattica più evidente è presto detta: il valenciano cercava di reggere lo scambio sulla diagonale di rovescio, per poi approfittare della prima palla utile nella zona centrale del campo per scagliare dirittacci nell’angolo destro di Djokovic, che in corsa arrancava e offriva campo e metri all’avversario. Il serbo, difficile a scriversi, tentava scialbi e del tutto inefficaci rovesci tagliati per cambiare ritmo e non dare punti di appoggio sicuri all’avversario. E il diritto e il servizio, i suoi colpi meno naturali, così com’era capitato nel primo parziale giocato contro Federer, smarrivano se stessi. Nel decimo gioco, al servizio per il set, Ferrer dimostrava però la sua disabitudine alla vittoria, quantomeno nelle sfide con i maggiori tennisti contemporanei. Come dimenticare le tante partite smarrite per un soffio contro Nadal o la finale di Miami di quest’anno, persa con match point a favore? Djokovic non solo recuperava se stesso, ma infilava, sotto cinque giochi a tre, una striscia di sedici punti a due e quattro game di fila che gli consegnavano il parziale. L’ostinazione e la caparbietà del mai domo Ferrer cambiavano in parte la sorte di un match già segnato: nel primo game del secondo set un nuovo break a favore del valenciano, a causa di errori grossolani del serbo; addirittura una successiva possibilità di doppio break, sfumata a causa di un nastro che coglieva di sorpresa il povero David, incapace di smashare con sufficiente perizia una palla tutto sommato semplice. Ma le categorie esistono proprio per questo: ancora, dal punteggio di cinque giochi a tre, con Ferrer al servizio per chiudere il set, Djokovic recuperava battuta e diritto e sublimava se stesso in una nuova striscia di sedici punti a sei. Una striscia stavolta definitiva.

Era Davide contro Golia, inutile negarlo. Per quanto possa sforzarsi, Ferrer non sarà mai all’altezza dei più forti. E Djokovic quando è in condizione gioca davvero alla grande, dimostrandosi il migliore al mondo nei colpi di rimbalzo. Il favorito al Master, complici l’assenza forzata di Murray e le titubanze degli altri, è lui.

Finale:

Djokovic – Ferrer  7-5 7-5

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