Andy Murray

US Open. Che fine aveva fatto Andy Murray?

on set 2, 14 • by • with Commenti disabilitati su US Open. Che fine aveva fatto Andy Murray?

Avendo speso un notevole numero di parole in passato su Andy Murray, sulle sue qualità e i suoi mezzi, e avendo pronosticato più volte che lo scozzese sarebbe stato un protagonista assoluto di quest’incerta epoca tennistica, che da un anno a questa parte non può più riassumersi nell’espressione...
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Avendo speso un notevole numero di parole in passato su Andy Murray, sulle sue qualità e i suoi mezzi, e avendo pronosticato più volte che lo scozzese sarebbe stato un protagonista assoluto di quest’incerta epoca tennistica, che da un anno a questa parte non può più riassumersi nell’espressione “Fab Four”, e avendo infine affermato che la prima posizione mondiale poteva sfuggirgli nel corso della carriera solo per la scarsa propensione alla terra rossa, verso cui è inibito da limiti non certo tecnici, non posso esimermi da una riflessione su quanto accaduto al beniamino di Sua Maestà la Regina negli ultimi tempi. Poco più di un anno fa Andy diventava l’ultimo erede dei paladini arturiani, un eroe immortale nel tempo, conquistando finalmente i Championships, primo britanno a riuscirci dai tempi di Fred Perry. Questo successo seguiva la medaglia d’oro olimpica e il primo major, acciuffato proprio a New York, nonchè l’ennesima finale australiana: le premesse, come è evidente, suggerivano una continuità di risultati non destinata a interrompersi. Ma la mancata partecipazione al Roland Garros nello stesso anno, precauzione necessaria in vista dell’appuntamento londinese, era stato il primo campanello d’allarme di una situazione fisica precaria e prossima all’esplosione. Nei mesi seguenti al trionfo Andy falliva clamorosamente la stagione estiva e si decideva infine ad operarsi alla schiena, un intervento assai delicato che lo avrebbe costretto a saltare finanche il Master di fine anno. I risultati conseguiti dall’ultima edizione degli Australian Open ad oggi sono ben misera cosa: il miglior piazzamento è stato la semifinale parigina e le migliori partite, strano a scriversi, sono arrivate proprio sulla terra rossa. E chi sperava in un riscatto nel torneo che lo ha pienamente adottato doveva infrangere le proprie speranze ai quarti di finale di Wimbledon sullo scoglio Grigor Dimitrov. Volendo riassumere, Andy Murray non vince un torneo da più di un anno, addirittura non gioca una finale da più di un anno. Può tutto ciò derivare da una lenta ripresa delle proprie, fondamentali condizioni fisiche? Potrebbe, ma di certo non basta. Descrivendone poco meno di un anno fa le caratteristiche, la storia e le implicazioni psicologiche, provando a carpire le fondamenta del suo animo, osai intuire che Andy avrebbe potuto coltivare una sensazione di profondo appagamento per la vittoria di Wimbledon, per l’impresa sportiva che sognava da sempre, che avrebbe potuto insomma ritenersi soddisfatto di quanto ottenuto e che avrebbe potuto abbandonare la sua carriera a una lenta decomposizione per mancanza di ulteriori stimoli. Quella vittoria, a ben vedere, non solo non lo ha liberato dalle pressioni di una vita, ma ne ha aggiunte delle altre, tra cui la più grande di tutte, ben illustrata dalla domanda: e ora? Qual è la prossima tappa? Smarrito con ogni probabilità nella selva dei dubbi e delle insicurezze, latenti e peraltro giustificate dal giorno del massacro di Dunblane, Andy ha fatto ciò che nella sua vita gli è parso sempre naturale e ovvio, si è cioè affidato a una nuova figura femminile, dopo mamma Judy e la fidanzata Kim, confermando il mio paragone con Alessandro Severo e le matrone che governarono per diversi anni l’Impero Romano. Una donna ben diversa dalle altre due: Amelie Mauresmo, vincitrice slam, ex numero uno del mondo, lesbica, indipendente, vittima in passato di un’altra insicurezza, ossia del timore di rivelarsi al mondo. Eppure Amelie è inserita pienamente nel filo rosso delle donne di casa Murray, il filo dell’amorevole controllo del più umano dei campioni contemporanei. Quest’interminabile riflessione potrebbe indurre il lettore occasionale a chiedere spiegazioni del titolo e del tempo verbale usato, ritenendo forse più opportuno il tempo presente anzichè l’imperfetto. Dirò che infine, sia merito della Mauresmo o meno, si rivedevano sprazzi del vecchio Murray nell’attraente sfida di ottavi con Tsonga, sia sul piano del gioco che sul piano delle convinzioni. La risposta al servizio ritornava fulminante ed efficace come sempre, l’aggressività con i colpi di rimbalzo dimostrava che Andy dovrebbe dimenticare con decisione e una volta per tutte le malsane idee di limitata e triste regolarità, la propensione alla rete giustificava la mia convinzione che lo scozzese sia il tennista con il repertorio più vasto dopo Federer. Ora, e non potrò evitare l’uso dell’espressione “finale anticipata”, c’è Djokovic. Ho elencato più volte le molte affinità e le poche differenze tecniche tra i due contenders: sarà la forza mentale a sancire il vincitore della sfida tra i gemelli dell’ottantasette, e chissà che Andy non ci stupisca ancora.

Ottavi donne:

Azarenka – Krunic 4-6 6-4 6-4
Williams – Kanepi 6-3 6-3
Makarova – Bouchard 7-6 6-4
Pennetta – Dellacqua 7-5 6-2

Ottavi uomini:

Nishikori – Raonic 4-6 7-6 6-7 7-5 6-4
Djokovic – Kohlschreiber 6-1 7-5 6-4
Murray – Tsonga 7-5 7-5 6-4
Wawrinka – Robredo 7-5 4-6 7-6 6-2

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