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giu
6

Street View, Google consegna i dati intercettati per sbaglio

L’azienda consegnerà alle autorità europee i dati provenienti dalle reti Wi-Fi non protette.

Per tre anni Google ha “inavvertitamente” raccolto qualcosa come 600 Gbyte di dati sensibili tramite le Google Car, accedendo alle reti Wi-Fi non protette da queste incontrate mentre facevano il proprio lavoro per Street View.

Quando l’accaduto è arrivato alle orecchie dei governi europei e delle varie autorità garanti per la privacy, all’azienda è stato richiesto di consegnare i dati raccolti; Google inizialmente ha rifiutato, sostenendo che fosse prima necessario stilare un protocollo per la consegna. Ora pare che i tempi siano maturi per il passaggio di mano.

È stato Eric Schmidt in persona – il Ceo dell’azienda – ad annunciare la decisione: Google consegnerà i dati alle autorità di Italia, Francia, Spagna e Germania.

Proprio in quest’ultimo Paese Google rischia le conseguenze più grosse, che potrebbero arrivare fin sul piano penale; anche per questo motivo, probabilmente, la società di Mountain View è interessata a chiudere l’incidente in fretta e senza strascichi.

“Abbiamo sbagliato” – ha ammesso Schmidt – “e su questo dobbiamo essere molto chiari. Essere onesti circa i propri errori è il modo migliore di prevenire il ripetersi di tutto ciò”.

Per aggiungere peso alle parole dell’amministratore delegato Google ha comunicato che il responsabile del software che ha raccolto i dati è ora sotto indagine interna, per aver “chiaramente violato” le regole aziendali.

via | zeusnews.it

mag
21

La morte di Facebook è dietro l’angolo? Forse

Per molti, la tutela della privacy adottata da Facebook per i dati degli iscritti non è accettabile. Si prepara dunque la giornata in cui tutti gli aderenti ad un movimento di protesta abbandoneranno la piattaforma per unirsi, poco più avanti, a servizi basati su modelli differenti: un nuovo progetto, Diaspora, è sotto la luce dei riflettori.

Nel lontano 2004 Facebook non era altro che un piccolo club privato costituito da universitari statunitensi. Lentamente poi, la piattaforma è cresciuta fino a divenire la rete sociale conosciuta oggi in tutto il mondo ed usata da oltre 400 milioni di persone.

Negli ultimi mesi, il colosso ha dovuto fronteggiare problemi tecnici di vario genere e, con il passare del tempo, il servizio è stato più volte costretto a rivedere la propria politica inerente la privacy degli utenti; tanto che, ad oggi, il numero di che costituiscono la relativa normativa hanno superato quelle che compongono la costituzione americana.

Più che per la debole protezione dei dati degli iscritti, sì è (finalmente) venuto a creare un malcontento generale in rete per il modo in cui Facebook gestisce internamente tali informazioni. In particolare, il fondatore e i partner dell’azienda hanno libero accesso alle stesse, e possono sfruttarle a proprio vantaggio.

Per noi si riduce a due cose: scelte eque e buone intenzioni. Secondo noi, Facebook non svolge un buon lavoro in entrambi gli ambiti.” È questo che recita la pagina ufficiale del Quit Facebook Day, un progetto che propone l’eliminazione del proprio account Facebook il prossimo 31 Maggio.

Promotori di questa ideologia si sono fatti quattro ragazzi di New York, Ilya Zhitomirskiy, Dan Grippi, Max Salzberg, e Raphael Sofaer, secondo i quali Facebook non rappresenta più un luogo sicuro in cui scambiare e condividere le proprie informazioni personali.

I proponenti hanno così pensato di lanciare un’alternativa che, per come è stata posta, promette particolarmente bene. Si tratta di Diaspora, un social network aperto (e dunque open source), potenzialmente in grado di rimpiazzare Facebook e scalzarlo dalla sua alta posizione di dominio.

Ampiamente finanziati da varie aziende di tutto il mondo, i promettenti giovani assicurano di essere pronti a dare vita ad una piattaforma avanzata sullo stampo delle reti sociali già esistenti, ma con un occhio di riguardo per la privacy. Sarà un servizio rilasciato sotto licenza AGPL, cosìcchè gli interessati possano visionare il codice sorgente e rendersi conto della bontà dell’applicativo.

La tabella di marcia proposta è ambiziosa ma comunque attuabile: lo sviluppo avrà luogo durante i 3 mesi centrali dell’estate, e per Settembre, a meno di improvvisi imprevisti, tutto dovrebbe essere pronto per la presentazione pubblica.

Maggiori informazioni sul progetto possono essere reperite sul sito ufficiale.

via | megalab.it

mag
17

L’UE minaccia Facebook: così non va

Author Dubito    Category Attualità     Tags , ,

Facebook è stata ufficiosamente richiamata dalla Commissione Europea. Nessuna iniziativa concreta, ma una chiara lettera di ammonizione proveniente dal Working Party Art.29 in cui si boccia nella sostanza l’approccio “opt-out”

No, Facebook. Così non va. Il dito è puntato ed il tono è minaccioso. E la firma, soprattutto, è quella del Working Party Art.29, comitato composto da garanti nazionali per la privacy e membri di European Data Protection Supervisor e Commissione Europea. Il monito è dunque severo e diretto, nonché autorevole. Col senno del poi, la riunione globale del team Facebook aveva probabilmente un motivo ben fondato: la minaccia arriva non soltanto dalla fiducia lesa degli utenti, ma anche dalla minaccia di una autorità che, se prendesse la situazione in mano, potrebbe imporre gravi sanzioni alle attività del social network.

L’intervento del Working Party Art.29 è contenuto in una lettera, inviata a Facebook e pubblicata sul sito della Commissione Europea (pdf): «Il Working Party Art.29 [...] in una lettera ha riferito oggi a Facebook che è inaccettabile che il gruppo cambi radicalmente i settaggi di default della propria piattaforma di social networking [...]. Facebook ha realizzato questi cambiamenti appena pochi giorni dopo che il gruppo ed altri siti di social networking hanno partecipato ad un’udienza durante la conferenza plenaria del Working Party Art.29 del Novembre 2009. Il Working Party Art.29, che ha tenuto la sua 75esima sessione plenaria in Bruxelles il 10 e l’11 Maggio 2010, ha inviato lettere a 20 operatori di social network che hanno siglato il “Safer Networking Principles for the EU”».

Quel che vien chiesto a Facebook è la garanzia per cui i dati degli utenti possano avere accesso esterno soltanto con libero ed esplicito consenso dell’utente stesso. Il documento, insomma, boccia l’approccio “opt-out” del network di Zuckerberg e chiede che si torni ad un regime differente nel quale l’utente ha in mano il pieno controllo delle informazioni liberamente affidate al sistema.

La Commissione Europea esprime tramite il Working Party Art.29 l’intenzione di sviluppare una piattaforma comune internazionale per la regolamentazione dei social network, così da imporre regole precise ad un modo che sta facendo incetta di dati personali senza che adeguate normative ne regolamentino l’uso, la gestione e l’accesso.

La lettera a Facebook è in ogni caso una sorta di cartellino giallo: la Commissione Europea ha fatto sentire la propria voce ed ha lasciato intendere come non intenda sopportare oltre la situazione: se Facebook non interviene sul modus operandi intrapreso, l’UE potrebbe essere pronta ad intervenire.

via | webnews.it

apr
22

Phishing, l’Italia è al primo posto

Author Non Dubito    Category Attualità     Tags , ,

Il nostro Paese in testa fra le nazioni di lingua non inglese. Ma in percentuale diminuiscono spam e attività maligne. I risultati dell’Internet Security Threat Report di Symantec

Luci e ombre sulla sicurezza It in Italia. Il nuovo Istr (internet Security Threath Report), pubblicato in questi giorni da Symantec e relativo al 2009, testimonia alcuni passi in avanti nel nostro Paese (soprattutto per quanto riguarda le attività maligne) ma evidenzia che c’è ancora molto da fare in alcune aree (phishing e botnet in primis).

L’Istr – spiega Antonio Forzieri, Principal Consultant Global Security Services di Symantec – ha rilevato una crescita continua sia del volume sia del grado di complessità degli attacchi informatici”. Tanto che le attività malevoli si sono evolute da semplici truffe a vere e proprie campagne criminali con precisi obiettivi di business.

Stiamo assistendo a una industrializzazione del crimine – continua Forzieri – dove le logiche sono sempre più simili a quelle del mondo imprenditoriale reale”. E’ stato infatti riscontrato un aumento dei cosiddetti “crimeware kit”, soluzioni pronte all’uso con informazioni e istruzion per realizzare un codice malevole. “Il kit Zeus – ha spiegato Forzieri – può essere acquistato con 700 dollari e viene addirittura offerto gratuitamente su alcuni forum online”. Serve più un buon manager che un cracker, insomma.

Anche perché i guadagni ci sono: un numero di carta di credito vale da 0,85 a 30 dollari; le credenziali bancarie da 15 a 850; gli account e-mail da 1 a 20. “Se c’è un mercato che non ha risentito della crisi –commenta Forzieri  - questo è l’economia underground che vive sul furto di informazioni riservate”.

La sicurezza in Italia
Tornando alla situazione italiana, l’Istr evidenzia la scarsa propensione verso la sicurezza del proprio Pc. L’Italia è al secondo posto a livello europeo per il numero di computer “bot infected” (con il 12% sul totale Emea), cioè i Pc violati dai criminali del Web e poi usati per attività malevole (spam, phishing, distribuzione di spyware, adware, virus e via dicendo). Il dato è in peggioramento: nel 2007 eravamo al 4° posto e nel 2008 al terzo.

Altro dato negativo: l’Italia è il primo paese di lingua non inglese dove si è riscontrata la maggiore quantità di phishing. Un dato importante considerando che sono 13 milioni gli italiani on line con banda larga e che queste attività sono strettamente correlate all’economia sommersa (furto di credenziali bancarie, carte di credito, informazioni sensibili).

Ma i dati positivi ci sono. L’Italia per esempio è passata dal 4°  al 6° posto per le attività malevoli con il 7% sul totale europeo. “E’ un miglioramento significativo – commenta Forzieri – considerando che il 2009 ha registrato un aumento notevole delle attività malicious: circa 2,9 milioni i nuovi codici individuati, ovvero il 51% di tutti i codici maligni registrati“.

Altro dato degno di rilievo. Il nostro Paese è solo al 9° posto in Europa quanto a origine dello spam. Un risultato confortante perché eravamo al 5° posto nel 2008 e perché l’88% di tutte le e-mail circolanti sono spam. Correlando questo dato con il numero di di pc bot infected si desume quindi che i bot in Italia non vengono usati per distribuire spam ma per sferrare attacchi Web.

Attacchi che non sono pochi. Giusto per dare un esempio, Symantec ha fatto un’analisi sulle attività malevoli in Italia per un periodo di due settimane fra marzo e aprile di quest’anno. In questo lasso di tempo sono state rilevate 290.000 segnalazioni (ping) e intercettati 1469 malware diversi.  La Lombardia e il Lazio da sole fanno il 38% delle segnalazioni.

I consigli di Symantec
Si possono prevenire molti degli attacchi di informatici con semplici regole che fanno la base di una strategia di difesa per le aziende. Ecco i suggerimenti di Symantec:

  • Limitare gli accessi non necessari e l’utilizzo di dispositivi non autorizzati (ad esempio le chiavette Usb)
  • Fare test e controlli di sicurezza
  • Sensibilizzare il management sull’importanza degli investimenti in tema di sicurezza
  • Rafforzare le procedure relative alle password
  • Configurare la posta elettronica affinché riconosca e blocchi e-mail infette
  • Formare i dipendenti in merito all’uso corretto della posta elettronica

Via | 01Net

feb
24

Google, condannati 3 dirigenti nel caso Vividown

Il filmato portato nel 2006 su Google Video, successivamente bloccato con relativa denuncia, ha portato alla condanna di 3 dirigenti del gruppo per violazione della legge sulla Privacy. Assoluzione, invece, per quanto concernente il reato di diffamazione.

Google esce dal caso Vividown con una storica condanna. La vicenda ha infatti fatto discutere per anni ed ora è destinata a lasciarsi appresso uno strascico polemico per le conseguenze che la sentenza potrebbe avere sulla Rete italiana nel suo rapporto con il diritto. Dei quattro dirigenti tirati in ballo dall’accusa, però, soltanto tre rimangono nelle maglie della giustizia e questo in conseguenza di un distinguo importante ai fini dell’esito finale del processo.

Secondo quanto trapelato in questi minuti, infatti, il giudice Oscar Magi avrebbe ritenuto Google colpevole di violazione della legge sulla privacy, mentre avrebbe sentenziato l’assoluzione per quanto concernente il reato di diffamazione. Il caso, va ricordato, è quello del video che un ragazzo ha portato nel 2006 su Google Video, filmato ritraente un triste episodio di violenza nei confronti di un ragazzo affetto da Sindrome di Down. La famiglia del ragazzo si è in seguito defilata dal processo, ma l’accusa è stata retta dall’Associazione Vividown che oggi incassa una vittoria (emblematica ma parziale) nei confronti del gruppo.

David Carl Drummond, ex presidente del cda e legale di Google Italy; George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italy; Peter Fleischer, responsabile policy Google sulla privacy per l’Europa. Per loro il giudice ha sentenziato sei mesi di reclusione con pena sospesa (la richiesta dell’accusa era per una detenzione tra 6 e 12 mesi). Arvind Desikan, inizialmente accusato soltanto per quanto concernente il reato di diffamazione, ne esce pertanto pulito.

Google aveva opposto ferma resistenza alle accuse di violazione della privacy. Recitava infatti il memoriale della difesa: «la Legge Italiana sulla Privacy non si applica. Questo perché Google Video è un servizio gestito da read more

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