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Caivano. “O’ Mammòne e Sant’Arcangelo”

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(ARTICOLO DI GAETANO DI MAURO) Sant’Arcangelo, insieme a Pascarola e Casolla, era una delle tre frazioni del nostro paese. Il villaggio si trovava al centro del bosco, di cui attualmente rimane ancora un avanzo del castello baronale e una cappella rurale sconsacrata dedicata al santo. Il sito è ricco di aneddoti,...
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(ARTICOLO DI GAETANO DI MAURO) Sant’Arcangelo, insieme a Pascarola e Casolla, era una delle tre frazioni del nostro paese.
Il villaggio si trovava al centro del bosco, di cui attualmente rimane ancora un avanzo del castello baronale e una cappella rurale sconsacrata dedicata al santo.
Il sito è ricco di aneddoti, già ne ho raccontato alcuni, come quello della storica pietra che alla luce del sole emanava riflessi accecanti, e la storia dello “spiritiello zappatore”, il quale si lasciò morire per amore.
Rispetto a Pascarola e Casolla, S. Arcangelo è il borgo più antico, infatti esistono degli scritti che lo fanno nascere Avanti Cristo, anteriore alla civiltà Romana sfatando la storiella di Casolla come frazione più vecchia di Caivano.
Fino al 1800 il bosco era murato ed abbondava di acque stagnanti attraversato da lunghi stradoni e chiuso con cancelli di ferro fino a poco tempo fa ce n’era uno chiamato dai contadini “o’ cancièllo e’ curialung”, ubicato dopo la curva di Pascarola, che era pieno di capre, cinghiali, lepri e tantissime varietà di uccelli.
Tant’è che fu scelta come tenuta di caccia da Carlo III e Ferdinando II di Borbone, re di Napoli.
Nelle vicinanze del distrutto villaggio, nel passato furono scoperte delle tombe pre-romane piene di vasi di creta, monili e monete antiche, che nel diciottesimo secolo furono acquistate dalla famiglia Caldieri di Cardito che allestì nella sua casa un piccolo museo.
Nell’XI secolo il bosco diventò una pericolosa palude per colpa del Clanio, ruscello che dal monte Mefito, attraversando il territorio di Nola ed Acerra, taglia in due la nostra contrada.
Prima della bonifica effettuata dall’architetto Giulio Cesare Fontana nel 1787, per conto dei Borboni, per questa sua pericolosità divenne luogo ideale per ladri e malfattori, i quali si nascondevano sulle poche superfici sopraelevate, raggiungibili soltanto da chi era un profondo conoscitore della zona.
Fu proprio uno di loro, detto “o’ Mammòne”, che si macchiò di orrendi crimini specialmente nei confronti di bambini; a quei tempi nelle case di contadini e meno abbienti, quasi sempre di un solo locale, vivevano anche dieci persone ed era facile che in quella situazione promiscua le femminucce erano costrette a subire molestie a volte anche dai propri fratelli e quando un mostro di allora veniva colto sul fatto – adesso si chiamano pedofili – al massimo subiva l’ira dei genitori, i quali, naturalmente, si guardavano bene dal divulgare l’accaduto per non mettere alla gogna per il resto della vita la piccola sventurata.
E non c’è da meravigliarsi ricordando che in quel periodo esisteva lo Ius Primae Noctis, nello specifico significava che ogni ragazza che convolava a nozze era costretta a passare la prima notte con il regnante del momento presentandosi a costui vergine per non essere punita e dileggiata, evento traumatico che l’interessata portava con sé per tutta la vita.
Stupri, a volte perpetrati da cortigiani scelti dal sovrano per compensarli dalle corna a loro arrecate essendo mariti consapevoli delle favorite del re.
L’energumeno lo si descriveva come un gigante essendo alto quasi un metro e ottanta, quando allora gli uomini di rado superavano il metro e mezzo di statura.
Da giovane “O’ Mammòne” fu alle dipendenze di un maniscalco, nel tempo libero adescava bambini che non venivano più ritrovati, un giorno fu sorpreso da un genitore a sodomizzare la propria creatura, che purtroppo morì per la violenza subita.
Scappò e si rifugiò nella palude.
Non fu più ritrovato se non nel XIV secolo, quando si prosciugarono le acque paludose in un periodo di siccità durato quasi due anni e venne alla luce un rudere ed all’interno furono trovate le ossa di decine di bambini e quelle dello stupratore.
E fu proprio in quegli anni che nel posto si scontrarono l’esercito di Carlo D’Angiò contro quello di Alfonso D’Aragona con la vittoria di quest’ultimo e, forse proprio in riferimento al nostro personaggio, che ancora tuttora si può sentire qualche nonnina rivolta ai propri nipotini: fate i bravi altrimenti stanotte vi prende il Mammone.
Anche io da piccolino fui vittima della diceria, ricordo che giocavo con il primo pallone che mi fu regalato e lo tirai sul muro della nostra dirimpettaia, una vecchietta vestita sempre di nero col viso consumato dal lavoro e dall’età, solo a guardarla metteva paura; per farmi smettere diceva: “si nunna a furnisc stanotte te facce piglià rò mammone”.
Io, impaurito, scappavo via apostrofandola “vecchia brutta”! Adesso, ripensandola, come vorrei che fosse viva per abbracciarla e dirle siete bellissima.
A proposito del mammone, la storia più vicino a noi ci tramanda un altro losco personaggio con questo cognome di nome Gaetano, originario di Sora, dove esercitava il mestiere di mugnaio insieme a Michele Pezza, De Cesare, Pronio e Pane di grano, briganti dell’epoca definiti politici poiché assoldati dai Borboni per combattere e punire chiunque si professava a favore dei francesi e di Giuseppe Bonaparte, fratello maggiore del grande Napoleone e da questi nominato Re di Napoli dal 1806 al 1808.
In queste vesti si ricorda un mostro orribile di cui difficilmente si trovano eguali, infatti in appena due mesi a capo di un centinaio di sottomessi con i gradi di Generale, nella sola sua città natìa fece fucilare 250 contadini, saccheggiò ed incendiò le abitazioni rurali, violentò donne e bambini, gettò nelle carceri tutti coloro che cadevano nelle sue mani, inventò nuovi generi di morte come quello di appendere i poveri rivoltosi per gli attributi.
Le donne erano legate e stuprate dai briganti dotati finché non morivano per dissanguamento; eppure a questo vigliacco, schifoso e repellente, Re Ferdinando, scappato in Sicilia, scriveva: “mio generale, amico mio…”
Concludendo voglio ricordare il canonico Domenico Lanna (1834-1913), primo storico di Caivano (a cui è dedicato l’omonima via vicino al santuario di Campiglione), uomo di innata cultura il quale, oltre a poesie e poemi, scrisse il libro “Frammenti storici di Caivano”, volle intitolarlo così per pura modestia.
Nell’introduzione Lanna afferma “un popolo che non ha storia propria non ha coscienza di sé e difficilmente migliora perchè non potendo raffrontare il passato al presente non lo può proporre come esempio di imitazione per l’avvenire”.

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