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Perché in Italia vince suor Cristina.

on giu 6, 14 • by • with Commenti disabilitati su Perché in Italia vince suor Cristina.

Ci sono da fare due premesse: 1- Sono agnostica, con una recente tendenza all’ateismo. 2- Non ho seguito The Voice con attenzione perché lo trovo estremamente noioso e privo di quel minimo di spettacolarità che serve agli show televisivi. Perché vi ho detto questo? Per due motivi: 1- Avvisarvi che...
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Ci sono da fare due premesse:

1- Sono agnostica, con una recente tendenza all’ateismo.
2- Non ho seguito The Voice con attenzione perché lo trovo estremamente noioso e privo di quel minimo di spettacolarità che serve agli show televisivi.

Perché vi ho detto questo? Per due motivi:

1- Avvisarvi che l’analisi che segue può essere frutto dei miei amati luoghi comuni anti-ecclesiastici.
2- Sottolineare la mia pseudo-imparzialità da non spettatrice.

Dunque, cos’è The Voice, in Italia?
Un talent show inizialmente utile a riempire il buco lasciato su RaiDue da X Factor, approdato in terre relativamente più felici. Partito in sordina lo scorso anno – e senza lanciare, come spesso capita, una vera e propria stella capace di brillare a lungo (o almeno per più di due mesi) nel panorama musicale nazionale – ha suscitato, alla sua seconda edizione, l’attenzione di tutti i media, finendo addirittura più volte tra le notizie principali del TG2.

Cos’è cambiato, quest’anno? 
Insomma, se X Factor faticava a sdoganare la supremazia della madre di tutti i talent – vedi Amici, vedi Mediaset – e The Voice era un mero riempitivo infrasettimanale, viene spontaneo chiedersi quale sia stata la formula magica per il successo mediatico ottenuto a questo giro. Non conoscendo le dinamiche di produzione di The Voice of Italy, posso solo provare ad immaginare la furba operazione di marketing messa in piedi da un team che, di sicuro, sa il fatto suo. “Cosa piace agli italiani?”, sarà stata la domanda venuta fuori in sede di brain storming e, dato che calcio il calcio resta più o meno confinato negli stadi e le tragedie restano più o meno confinate negli spazi televisivi monopolizzati dalla D’Urso, la risposta è stata semplice, elementare e, a quanto pare, minuziosamente efficace: la fede. Rinnovatasi con l’ascesa al soglio pontificio di Francesco, first of his name, la fede sembra ormai essere il comune denominatore di tutto il Bel Paese (beh, QUASI tutto, per fortuna)… ma come unire chiesa e musica? Easy: come insegna Sister Act, basta trovare una suora che canta.

Chi è Suor Cristina?
Detto fatto: ecco una ragazza normale, con una voce NORMALE (perché, mi dispiace ma non chiederò scusa per ciò che sto per dire, di voci femminili belle ne è pieno il mondo… ma non è di certo la sua)… in abito monacale. Se non riuscite a vedere quanto sia perfetta questa formula, probabilmente fate parte di quella spropositata fetta di pubblico che: A) ha iniziato a vedere The Voice dopo che la sua blind audition è diventata virale; b) ha votato per lei portandola alla vittoria. Ragazzi, ragazze, siate seri e toglietevi i paraocchi: una donna bellissima con una voce bellissima avrebbe suscitato invidia, subito dopo l’ammirazione, quindi avrebbe spaccato il pubblico; un personaggio col passato travagliato e la morte di mezzo albero genealogico avrebbe suscitato accuse di storie attira-voti costruite a tavolino, quindi avrebbe spaccato il pubblico… e allora eccola lì, suor Cristina, che senza i voti già presi e con le giuste assegnazioni, avrebbe potuto essere scambiata per la D’Avena. Nella norma, nella media e suora: insomma, bollino verde, materiale per tutta la famiglia, roba politically correct.

Perché ha vinto lei? (Attenzione, sto per sfociare nella soggettività più nuda e cruda)
Se pensate che la conclusione del mio commentone sia accusare il televoto di essere pilotato, vi sbagliate di grosso: avete fatto tutto voi. Se fossi stata una dei concorrenti avrei rifiutato in partenza di partecipare, sapendo di dovermi scontrare col colosso dell’otto per mille. Se la storia ci ha insegnato una cosa, una cosa soltanto, questa è di sicuro che la Chiesa non si batte mai, soprattutto quando gioca in casa (e, permettetemelo, l’Italia è la casa della Chiesa più di quanto non lo siano state Gerusalemme e Betlemme)… dunque non c’è mai stata veramente gara, né è stata una sorpresa vederla trionfare. Con un inedito veramente brutto, che nemmeno quello di Violetta nella scorsa edizione di X Factor… e con il Padre Nostro finale. IL. PADRE. NOSTRO. In un paese “laico”, in un programma qualunque, in fascia protetta, davanti a milioni di bambini. Qual è il messaggio che stanno provando a mandare? Che con una preghiera ottieni quello che vuoi e che basta ringraziare “qualcuno lassù” che muove il mondo e fa accadere le cose belle? Eh, no. Non è così che funziona. Funziona che chi vuole qualcosa si alza dalla sedia e lavora sodo per ottenerla, così funziona.

Allora ve lo dico io il messaggio che hanno mandato. Siamo il Paese scontato, coi gusti scontati; il Paese in cui il merito vale meno di zero, quando si scontra con il personaggio giusto, costruito alla perfezione, su misura di chi lo guarda e lo giudica, non di chi lo indossa.
Siamo il Paese dell’abito che fa il monaco – è proprio il caso di dirlo. 

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