WIMBLEDON. SERENONA-RADWANSKA A VOI LA FINALE, IN CAMPO FEDERER-NOLE
Indagare ulteriormente sull’andamento contemporaneo del tennis femminile non porterebbe a risultati degni di nota, se non a elucubrazioni infinite ed emicranie cosmiche. Lungi dall’essere il gioco di carezze e di grazia stilistica oggi reperibile solo alla presenza di Robertina Vinci, il tennis in gonnella non riesce più a trovare il bandolo della propria matassa, non riesce ad assumere una fisionomia precisa, tranne forse per l’omologazione dei gesti tecnici, e pertanto non è inquadrato neanche in gerarchie definite. La mancanza di grazia stilistica non è certo riferita unicamente ai colpi, ma in primo luogo al complesso di azioni e gesti che caratterizzano le tenniste: esultanze a tratti scomposte, manifestazioni di rabbia, grida e urla a ogni esecuzione. Più amazzoni che aristocratiche d’altri tempi: sembra che alcune componenti tipiche delle sfide maschili – assumendo per “sfide” un senso più ampio, dalle guerre allo sport – si siano trasferiti nel gentil sesso. E lo lasciano intendere anche alcune dichiarazioni di Sara Errani dopo la finale parigina, le stesse in cui affermava, poi smentendo, di non sopportare Mario Balotelli. Secondo la Errani le donne sono molto più combattive e battagliere, più improntate al sudore e alla fatica, più decise nella conquista degli obiettivi. Gli uomini invece, eccettuati Nadal e pochissimi altri, sembrano dei “fighetti”, interessati più a vestirsi bene, finanche sul campo, che a giocare per vincere. E indicava, come esempio massimo di questa tipologia maschile, pur concedendogli, sempre parole sue, il merito di “essersi fatto un mazzo così”, Roger Federer. Non avendo informazioni necessarie per confutare queste frasi singolari, mi limito ad accennare un dato storico incontrovertibile: le donne, la maggior parte di esse, lungo i secoli sono sempre state così. Hanno sempre lavorato e faticato, hanno sempre combattuto e lottato, continuamente oscurate dalla storiografia tradizionale. Questo “trasferimento” di caratteristiche è in realtà la scoperta di elementi sottesi e nascosti, venuti fuori con l’emancipazione e i movimenti femminili. Tutt’al più è il genere maschile ad aver subito un progressivo incivilimento. Ma questa è materia per altri scritti.
Tutto ciò comunque non toglie che i decibel di Maria Sharapova siano un esempio irritante della sopravvenuta mancanza di stile, come lo sono i mutandoni rosa che Serena Williams indossa sotto il gonnellino bianco e che fanno capolino ad ogni punto, per la gioia degli spettatori. Come accaduto durante tutto il torneo e durante la semifinale che la vedeva opposta a Vika Azarenka, campionessa in carica degli Australian Open. Sembrava, la Vika, destinata a una duratura leadership in campo femminile: da inizio anno ventisei match consecutivi vinti e in mezzo il primo torneo dello Slam. Ma la stagione su terra rossa ha ribaltato la situazione, riproponendo al vertice la Sharapova, e ora il torneo più antico del mondo cambierà ancora le carte in tavola. È dal 2008, volendo semplificare, che il circuito Wta non ha una numero uno capace di restare tale a lungo: in cima si sono alternate, ritorni della russa e della Williams a parte, Ana Ivanovic, che ha conquistato un’edizione del Roland Garros, e poi Jankovic, Safina e Wozniacki, ben tre tenniste che non si sono mai imposte nei major, fino ad arrivare alla bielorussa Azarenka. Che aveva dieci anni quando Serena vinceva il suo primo torneo slam. Eppure ha perso contro l’americana, così come aveva perso nei quarti la campionessa in carica Kvitova. La storia del tennis femminile di questi anni, continuando nelle semplificazioni, è la solita: ritirata la Henin, a mezzo servizio la Clijsters pronta a un definitivo abbandono, invecchiata Venus, incostante e non sempre pervenuta la Sharapova, è sempre Serena la mattatrice dei giochi. Anche se non è al massimo della forma, in determinate condizioni di gioco e con la giusta concentrazione e forza di volontà, resta la più forte di tutte.
Forza di volontà che emergeva dagli occhi di Williams piccola, infuocati, decisi, combattivi. Più che in esultanze, si esibiva in veri e propri ruggiti. Solo i numeri possono raccontare esaustivamente questa partita: nel primo set Serena ha scagliato otto ace e messo a segno venti vincenti contro i miseri quattro dell’avversaria; a fine partita il computo degli ace è salito a ventiquattro (!) e i winners a quarantacinque. La ricetta utilizzata era la medesima della partita precedente: risposte aggressive, piedi dentro al campo, togliere tempo e respiro all’avversaria. E mentre la Kvitova conserva nel suo gioco accenni di imprevedibilità, garantiti più che altro dal suo mancinismo, la Azarenka resta un’avversaria tristemente più lineare, incapace, in alcuni momenti della partita, di allargare il campo e di evitare blande esecuzioni centrali che non potevano in alcun modo impensierire l’avversaria. Solo nel secondo set, con accelerazioni del colpo bimane seguite da pugnetti e esultanze british, leggasi “come on“, Vika provava qualcosa di diverso e tentava di modificare un match in apparenza segnato. Ma tutto il furore svaniva nel tie-break decisivo, sommerso dall’ultimo, ennesimo ace di Williams piccola.
Che in finale affronterà la Radwanska, giunta per la prima volta all’ultimo atto di un major dopo aver superato, senza grosse difficoltà, con le sue doti da professorina, come la apostrofava Roberta Vinci, Angelique Kerber, incapace, lei sì, di adoperare al meglio le sue doti mancine. Ma è molto improbabile che a Serena possa sfuggire il suo quattordicesimo slam.
Semifinali donne: Radwanska – Kerber 6-3 6-4 / S. Williams – Azarenka 6-3 7-6











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