WIMBLEDON. SI RIPRENDE OGGI, IN CAMPO FEDERER E NOLE
La vicenda tennistica e personale di Mirjana Lucic presenta forti analogie con quelle di alcune colleghe. Approdata al professionismo in tenerissima età, la giocatrice croata conquistò a sedici anni il titolo di doppio agli Australian Open in coppia con Martina Hingis, altra campionessa precoce. Negli anni successivi arrivarono vittorie e piazzamenti importanti. Ma nel frattempo, nel Luglio del 1998, Mirjana era scappata negli States con parte della famiglia, aiutata, a quanto pare, dal connazionale Goran Ivanisevic. Niente a che vedere con l’emigrazione di Ivan Ljubicic, giunto in Italia come profugo di guerra: Mirjana fuggiva in realtà da un padre dispotico e violento. Nei primi anni 2000 una crisi di risultati, l’assenza di sponsor dovuta a una causa legale avviata dalla IMG, azienda di management americana, per non parlare dei disturbi post-traumatici determinati dal rapporto con il padre, ridussero la povera Mirjana sul lastrico, tanto da indurla a ritirarsi dal tennis giocato e a scomparire, nel 2004, dalle classifiche Wta.
Il rapporto genitori-figli assume nel tennis una valenza tutta particolare, in qualche modo distante da dinamiche simili che percorrono, purtroppo, tutti gli altri sport. Nel gioco con le racchette sovente accade che i genitori siano gli allenatori, oltre che i primissimi fan, dei propri figli. Basti pensare a Andy Murray, seguito da sempre da mamma Judy, insegnante di tennis e ora capitano non giocatore della squadra di Fed Cup britannica: il sospetto di una presenza troppo ingombrante della genitrice è sempre serpeggiato tra gli addetti ai lavori, mitigato infine dall’assunzione a tempo pieno di Ivan Lendl come allenatore. Anche Flavia Pennetta è stata educata alla vita e al tennis dal padre, presidente del club brindisino, senza però toccare le punte degenerative toccate alle sorelle Williams, involontarie protagoniste di una vita familiare sconvolgente, né tantomeno le violenze subite da Jelena Dokic o dalla stessa Lucic.
La croata nel frattempo era tornata all’attività nel 2007, rientrando, tre anni più tardi, nelle prime cento giocatrici del mondo. E affrontava in match di terzo turno sull’erba londinese Roberta Vinci, in uno scontro di stili e modalità di gioco. Alta, potente, con tanto di occhiali da vista, Mirjana impostava la sua partita fidandosi principalmente del servizio e dei colpi di rimbalzo; la Nostra, tennista piccolina, ma dalla notevole grazia, dotata della manina più morbida del circuito, cercava con insistenza la rete, per concludere con agili volée e pregevoli smorzate, oppure provava a variare la rotazione della pallina, colpendo in backspin con il suo rovescio a una mano. Giocava insomma, Robertina, con il vasto repertorio di colpi che le ha consentito di issarsi al vertice del doppio in compagnia di Sara Errani. E ben due tie-break doveva conquistare prima di approdare agli ottavi di finale nel torneo slam a lei più congeniale.
La Vinci è in ottima compagnia: oltre alla Giorgi, qualificatasi l’altro giorno, anche Leonessa Schiavone ha centrato l’obiettivo, imponendosi con una certa facilità sulla Zakopalova. Non altrettanto si può dire della povera Errani, protagonista di un record negativo: è la prima tennista dell’era Open – dubiterei di qualche partita dei decenni addietro in mancanza di archivi statistici – a perdere un set senza conquistare neanche un punto, impresa fatale riuscita in precedenza solo in campo maschile nel 1983. Dopo il primo e disastroso parziale, Sarita si decideva infine a scendere in campo, ma l’applicazione dei suoi consueti schemi di gioco era impedita dalla Shvedova, tennista dotata di acume tattico e consapevole di dover evitare ad ogni costo gli scambi lunghi che avrebbero avvantaggiato la Nostra. Una partita dunque impostata alla continua ricerca del winner, del colpo vincente, ma benedetta anche da un gioco particolarmente ispirato. Non altrimenti si spiegano i trentacinque vincenti della russa naturalizzata kazaka a fronte di soli dieci errori gratuiti.
Ma non disdegniamo gli uomini, orfani di tante teste di serie mozzate nei primi tre turni. Vincono Del Potro, l’ormai redivivo Fish sul talentuoso Goffin, Cilic dopo una maratona di cinque ore e trenta minuti con Sam Querrey, Tsonga e l’incredibile Brian Baker, agli ottavi di finale di Wimbledon a pochi mesi dal ritorno al tennis professionistico dopo un’assenza di sei anni. Vince anche Andy Murray nell’ultimo match in programma sul campo centrale, concluso inevitabilmente con il tetto e le luci artificiali e per il rotto della cuffia, alle 23:03 ora inglese: il regolamento del torneo prevede infatti che i match debbano essere interrotti in ogni caso allo scoccare delle undici di sera. Fortunatamente, dopo un inizio traballante e incerto, lo scozzese riusciva a prendere le misure di Marcos Baghdatis: nei primi due set Murray si limitava a palleggiare, rispedendo la pallina dall’altro lato, similmente a quanto fece nelle sciagurate finali australiane del 2010 e del 2011, mentre il cipriota tentava di aprirsi il campo dalla riga di fondo con ottimi cross di diritto e di rovescio, per poi concludere con colpi di volo, eseguiti nella maggior parte dei casi in maniera disastrosa. Un set pari e sospensione per la chiusura del tetto. Murray tornava in campo e tornava anche se stesso, quel ragazzino imberbe e tremendo che univa incredibili capacità difensive ad ottime accelerazioni con il rovescio bimane, soprattutto di lungolinea, fondamentale in cui è inferiore al solo Djokovic. Battuti Baghdatis e il tempo, a Andy mancano tre partite per raggiungere una finale che i media inglesi danno per scontata dopo l’eliminazione di Nadal. Ma avversari ostici lungo il percorso non mancano.
Ultimo accenno, doveroso, a Andy Roddick, che in finale sicuramente non approderà. Il centrale ha salutato, forse per l’ultima volta, il Kid di Omaha, sconfitto in quattro set da David Ferrer. A-Rod disputava in maniera sontuosa i primi due parziali: accelerazioni di diritto dei bei tempi, servizio incisivo, serve & volley, volée lunghe e smorzate eseguite senza la minima sbavatura. Poi la doccia fredda nel tie-break del secondo set, dove pure smarriva un set point. E quindi l’inevitabile calo fisico. Il tre volte finalista di questo torneo si arrendeva ai muscoli dello spagnolo e a una superficie che forse non lo premia più. Il saluto finale rivolto al pubblico aveva il sapore di un mezzo addio. In ogni caso, che sia cambiata l’erba, che sia invecchiato Roddick, una vittoria di Ferrer sull’americano su questi campi ha sempre il sapore dell’eresia.
Risultati terzo turno donne: S. Williams – Zheng 6-7 6-2 9-7 / Kvitova – Lepchenko 6-1 6-0 / Ivanovic – Goerges 3-6 6-3 6-4 / Azarenka – Cepelova 6-3 6-3 / Shvedova – Errani 6-0 6-4 / Schiavone – Zakopalova 6-0 6-4 / Paszek – Wickmayer 2-6 7-6 7-5 / Vinci – Lucic 7-6 7-6
Risultati terzo turno uomini: Ferrer – Roddick 2-6 7-6 6-4 6-3 / Murray – Baghdatis 7-5 3-6 7-5 6-1 / Del Potro – Nishikori 6-3 7-6 6-1 / Tsonga – Lacko 6-4 6-3 6-3 / Cilic – Querrey 7-6 6-4 6-7 6-7 17-15 / Baker – Paire 6-4 4-6 6-1 6-3 / Fish – Goffin 6-3 7-6 7-6 / Kohlschreiber – Rosol 6-2 6-3 7-6












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